GIANRICO CAROFIGLIO.
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LE TRE DEL MATTINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Versione digitale fornita da: Amedeo Marchini.
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Presentazione.
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Un padre e un figlio. La storia di un incontro che li cambier per sempre. Un commovente romanzo di scoperte e formazione.
Antonio  un liceale solitario e risentito, suo padre un matematico dal passato brillante; i rapporti fra i due non sono mai stati facili. Un pomeriggio di giugno dei primi anni Ottanta atterrano a Marsiglia, dove una serie di circostanze inattese li costringer a trascorrere insieme due giorni e due notti senza sonno.
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 cos che il ragazzo e luomo si conoscono davvero, per la prima volta; si specchiano luno nellaltro e si misurano con la figura della madre ed ex moglie, donna bellissima ed elusiva. La loro sar una corsa turbinosa, a tratti allucinata a tratti allegra, fra quartieri malfamati, spettacolari paesaggi di mare, luoghi nascosti e popolati da creature notturne. Un viaggio avventuroso e struggente sullorizzonte della vita.
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Con una lingua netta, di precisione geometrica eppure capace di cogliere le sfumature pi delicate, Gianrico Carofiglio costruisce un indimenticabile racconto sulle illusioni e sul rimpianto, sul passare del tempo, dellamore, del talento.
E pap suon da solo. Io non lo avrei confessato nemmeno a me stesso, ma ero orgoglioso e fiero di lui, e avrei voluto dire a chi mi stava vicino che il signore alto, magro, dallaspetto elegante che era seduto al piano e sembrava molto pi giovane dei suoi cinquantun anni, era mio padre.
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Quando fin, inseguendo il senso di ci che aveva suonato in due scale conclusive e malinconiche, scoppi un applauso pieno di simpatia. E anchio applaudii e continuai a farlo finch non fui sicuro che mi avesse visto, perch cominciavo a capire che esistono gli equivoci e non volevo che ce ne fossero in quel momento.
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L'AUTORE.
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GIANRICO CAROFIGLIO (Bari, 30 maggio 1961) ha scritto romanzi, racconti, saggi. I suoi libri, sempre in vetta alle classifiche dei best seller, sono tradotti in tutto il mondo. Con Einaudi Stile Libero ha pubblicato Una mutevole verit, La regola dellequilibrio, Passeggeri notturni e Lestate fredda.
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Nota dellautore.
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Questo libro e i suoi personaggi (uno escluso) sono frutto di finzione narrativa. La storia si ispira per a fatti realmente accaduti. Ringrazio chi me li ha raccontati. Ho compiuto cinquantuno anni, let che aveva mio padre allora. Cos ho pensato che era arrivato il momento per scrivere di quei due giorni e di quelle due notti.
Se pap ci fosse, ne avrebbe ottantaquattro. Mi fa un effetto strano immaginarlo vecchio. Per la verit, sebbene mi sforzi, non ci riesco proprio.
Mamma ha ottantun anni ed  una signora forte e molto bella. Quando era giovane dicevano che assomigliava ad Antonella Lualdi. Lunico vero segno che anche lei invecchia,  che sempre pi spesso racconta storie del passato lontano. In molte di queste ci sono lei e mio padre ragazzi. Marianne aveva trentasette anni, e li avr per sempre. Non so niente di lei, nemmeno se  viva. So solo che la sua casa era in rue du Refuge, nel vecchio quartiere del Panier, a Marsiglia. Io non ne avevo ancora diciotto. Li avrei compiuti qualche settimana dopo, il 30 giugno 1983.
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1.
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Non so dire quando cominci. Forse avevo sette anni, forse qualcosa di pi, non ricordo con
precisione. Da bambino non ti  chiaro cosa  normale e cosa non lo .
In realt non ti  chiaro nemmeno quando sei adulto, a pensarci bene. Ma questa  una
digressione e, nei limiti del possibile, vorrei evitare le digressioni.
Insomma, pi o meno una volta al mese, mi capitava una cosa strana e anche piuttosto
angosciante. Senza preavviso e senza che fosse accaduto nulla, avvertivo unimpressione di assenza, di
distacco da ci che mi circondava e al tempo stesso unamplificazione dei sensi.
Di solito noi selezioniamo gli stimoli che vengono dal mondo esterno. Siamo circondati da
suoni, odori, e da ogni tipo di entit visibili. Ma non siamo oggettivi, non udiamo tutto ci che rimbalza
sui nostri timpani, non sentiamo tutto ci che arriva al nostro naso, non vediamo tutto ci che colpisce
le nostre retine. Il cervello decide quali percezioni portare alla consapevolezza e quali informazioni registrare.
Il resto rimane fuori, escluso eppure molto presente. In agguato, verrebbe da dire.
Smettete di leggere e concentratevi sui rumori che sono intorno a voi e di cui non eravate
consapevoli fino a qualche secondo fa. Anche se siete in una stanza silenziosa, vi accorgerete di un
macchinario lontano; di un fruscio, di un ronzio; di voci pi o meno vicine, le cui parole non riuscite a
distinguere, ma che ci sono. E diventerete consapevoli dei movimenti, delle vibrazioni che produce il
vostro corpo: il respiro, il battito cardiaco, i gorgoglii dellapparato digerente.
Pu non essere una sensazione piacevole e di certo non lo era per me. In effetti il mio cervello
smetteva di operare una selezione e lasciava passare tutto. A questo fenomeno corrispondeva una
temporanea abolizione della capacit di entrare in contatto con gli altri: con tanti, troppi stimoli, era
impossibile. Per alcuni minuti non riuscivo a parlare e me ne stavo l, seduto da qualche parte, come ubriaco.
Per anni non ne parlai con nessuno. Mi sembrava fosse una caratteristica normale del mio modo
di essere, inoltre non avrei saputo bene cosa dire. Non avevo le parole per raccontare quellesperienza.
Poi un giorno mi successe a casa di un compagno di scuola. Ernesto, figlio di un ufficiale dei
carabinieri che abitava in uno sterminato alloggio di servizio. Eravamo nella sala da pranzo e
giocavamo a subbuteo dopo aver mangiato  chiss perch ricordo questo dettaglio  delle caramelle mou.
Sua madre era seduta in poltrona e mi pare stesse lavorando a maglia.
Ero in attacco e stavo per tirare in porta da una posizione molto vantaggiosa, ma non lo feci.
Allimprovviso, e con una violenza che non avevo mai sperimentato, fui travolto da una gigantesca cacofonia che arriv come un torrente in piena gonfio di detriti. Lurto fu cos potente che per qualche istante persi i sensi.
Mi risvegliai in poltrona, la stessa su cui prima cera la mamma di Ernesto. Lei era china su di me, mi accarezzava il viso e mi parlava in tono preoccupato.
 Antonio, Antonio, come ti senti?
 Bene,  risposi, poco convinto.
 Che ti  successo?
 Che mi  successo?
 Non parlavi e sembrava che non sentissi. Poi sei svenuto.
I rumori erano passati ma io ero ancora confuso e non riuscii a dire nulla. Allora la mamma di
Ernesto chiam mia madre e le rifer laccaduto. Rientrato a casa fui sottoposto a un nuovo
interrogatorio.
 Che ti  successo, Antonio?
 Non lo so. Cio, niente di strano.
 La mamma di Ernesto dice che ti parlavano e tu non rispondevi, come se fossi stordito o
addormentato.
 A volte mi capita
 Cosa, ti capita?
Mi sforzai di descrivere quello che mi accadeva di tanto in tanto, e che quel pomeriggio si era
verificato in forma pi violenta.
La sensazione che qualcuno mi stesse suonando un tamburo nel petto. Il respiro, cos presente
da convincermi che se mi fossi distratto, se avessi smesso di pensare a respirare, sarei morto per asfissia.
I suoni pi ordinari che si trasformavano in un frastuono intricato.
E poi cera unaltra cosa che mi capitava con una certa frequenza: limpressione di avere gi
vissuto il momento che stavo vivendo. Mi avrebbero presto spiegato che si chiamava dj-vu e che era
un fenomeno relativamente normale. Allora per non lo sapevo e talvolta mi sembrava di abitare in un mondo di fantasmi.
Mia madre chiam mio padre e una mezzora dopo lui ci raggiunse. Questo mi fece pensare che il problema fosse abbastanza serio e che forse avevo sottovalutato i miei sintomi. I miei genitori si erano separati che io avevo nove anni e da allora pap era entrato a casa di mamma  che prima era anche casa sua  pochissime volte, e mai di sera. Quando andavo da lui passava a prendermi, io scendevo le scale, salivo in macchina e partivamo.
Mi ripet le stesse domande e io gli diedi, credo, le stesse risposte. Dopodich chiamarono il dottor Placidi, nostro medico di famiglia. Era un anziano, simpatico signore con dei grandi baffi bianchi, i capillari del naso rotti e un odore dolciastro nellalito che solo parecchi anni dopo sarei stato capace di identificare. Chiss se i miei genitori erano consapevoli del fatto che il nostro fidato dottore non era propriamente astemio.
Venne da noi, mi visit e soprattutto mi fece tante domande. Avevo convulsioni? Mi spieg
coserano e io dissi che no, non ne avevo mai avute. Avevo allucinazioni colorate o momenti di buio totale? No, nemmeno.
Cerano solo questi sovraccarichi sensoriali durante i quali per rimanevo presente ed ero capace di orientarmi, sebbene con difficolt.
Quel pomeriggio da Ernesto tutto era stato pi intenso, ma in fondo non mi pareva troppo
diverso da quando a scuola mi distraevo, non ascoltavo pi cosa dicevano i professori e mi mettevo a fantasticare.
 Ti capita di distrarti, a scuola?  chiese il medico.
 Qualche volta.
 Come se non sentissi quello che dicono i professori?
Guardai un attimo mia madre e mio padre. Non ero sicuro di dover condividere con loro quel
tipo dinformazione, poi decisi che bisognava collaborare con il medico e annuii. Lui sorrise in segno
di approvazione, come se avessi dato la risposta esatta. Lodore del suo alito era un po pi forte del
solito.
Mi fece fare alcuni bizzarri esercizi. Dovevo stare in equilibrio su una gamba; chiudere gli
occhi e toccarmi la punta del naso, prima con lindice destro, poi con lindice sinistro; stringere con forza un suo pollice nel pugno.
 Nulla di cui preoccuparsi,  disse infine rivolgendosi a mio padre.   un normale disturbo neurovegetativo, capita ai ragazzini, soprattutto i pi sensibili. Con ladolescenza i fenomeni scompariranno.
Poi si rivolse a me e aggiunse:  Il tuo cervello ha una super attivit elettrica,  un segno di intelligenza.
Diciamocelo: la diagnosi era piuttosto vaga. Disturbo neurovegetativo vuol dire tutto, e dunque
niente. Come se uno si rivolgesse al medico per un mal di testa e, dopo la visita, si sentisse dire che ha il mal di testa.
Il dottor Placidi aveva per un aspetto rassicurante, un modo di parlare rassicurante  alito a parte  e infatti i miei genitori si rassicurarono. La vita riprese regolare e levento di quel pomeriggio fu dimenticato in fretta.
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2.
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Passarono gli anni, in modo piuttosto normale.
Nonostante la diagnosi un po approssimativa, la previsione del medico si stava rivelando esatta.
Ormai non mi capitava pi di una volta al mese e le sensazioni erano via via pi tenui, sfumate.
Lunica cosa che mi inquietava ancora era il dj-vu, con il suo alone di fenomeno vagamente soprannaturale.
Ma insomma, era roba di attimi, perci stavo per archiviare il tutto, come accade quando svuoti gli armadi e gli scaffali della tua stanza da bambino e metti via per sempre i quaderni a quadretti grandi, i sussidiari, i grembiuli col fiocco della scuola elementare, le scatole dei soldatini, degli animaletti e delle macchinine.
Facevo la quarta ginnasio ed ero appena tornato a casa da scuola. Anche mia madre era appena
rientrata dalluniversit; stava preparando qualcosa per pranzo o parlava al telefono. Non lo so.
Io ero nella mia camera, sulla sedia a dondolo, che leggevo un albo di Tex.
A un certo punto gli infissi vibrarono  per via del vento, credo  e il rumore fu cos forte da
farmi pensare a un terremoto. Mi alzai con circospezione e fui investito dalla tracimazione dei suoni.
La televisione nellaltra stanza, un ciclomotore in strada, il cuore imbizzarrito l dentro, il respiro
incombente come in certi documentari sul mondo sottomarino o in certi film di suspense; persino i miei
pochi passi incerti sul pavimento.
Avevo un copriletto azzurro chiaro, quasi celeste. Dun tratto quel colore tenue e rilassante
divenne minaccioso, prese vita, balz verso di me come unentit psichedelica e mi attravers con
irreale violenza. Subito dopo, ancora dal copriletto si diffuse un fascio di luce, una specie di
arcobaleno, prima azzurro, poi blu, giallo e di altri colori, fino a diventare di un bianco accecante che si
trasformava in una serie di scie luminose. Queste sincrociavano fra loro, si univano, si spezzettavano e
si moltiplicavano, riempiendo a poco a poco il mio campo visivo.
Il frastuono divent assordante. Mi coprii le orecchie con le mani e cercai di chiedere aiuto.
Non so se ci riuscii:  lultima cosa che ricordo.
Parecchi anni dopo mamma mi avrebbe raccontato di avermi trovato a terra, scosso dalle
convulsioni, con gli occhi rovesciati e privo di conoscenza.
Nel mio film personale la scena successiva alla dissolvenza  una soggettiva da un letto di
ospedale: una stanza con mobili colore del latte condensato.
Cera gente intorno a me, ma in quel preciso istante nessuno mi guardava. Cerano mia madre, mio padre e degli uomini in camice bianco. Parlavano fra loro a bassa voce. Poi qualcuno si accorse che mi ero svegliato.
I miei genitori vennero verso di me.
 Antonio, come ti senti?  disse mia madre prendendomi la mano e accarezzandomi la fronte.
Un gesto non usuale che, non so dire bene per quale motivo, mi fece venire da piangere.
 Cosa  successo?  domandai dopo parecchi secondi.
 Hai hai avuto un malore, un giramento di testa molto forte  Il tono era strano. Mamma parlava sempre in maniera netta, sicura. Pronunciava frasi compiute come se leggesse da un copione ben scritto. Quella volta no.
 Hai avuto un malore,  ribad mio padre,  ma non devi preoccuparti, adesso siamo in
ospedale. I dottori fanno i loro controlli e ti riportiamo subito a casa.
Pure nello stato di torpore in cui mi sentivo  dipendeva dal valium  mi fu chiarissima la
dissonanza fra le parole rassicuranti di mio padre e la sua espressione. Sembrava un ragazzino che dun
tratto fosse stato informato sulla vera natura del mondo e sui suoi pericoli mortali.
Accanto a lui si colloc uno degli uomini in camice. Aveva la carnagione scura, unombra di
barba nera che gli arrivava fin sopra gli zigomi, lattaccatura dei capelli bassa. Mi domand come mi
sentissi, cosa avessi provato prima di perdere conoscenza e altre cose che non mi furono del tutto chiare.
Io avevo sonno, era come se mi fossi svegliato qualche istante per guardarmi attorno ma volessi tornare a dormire subito.
Anche il ricordo di quello che accadde nei giorni successivi  piuttosto confuso.
Di sicuro non and come aveva promesso mio padre. Non mi riportarono subito a casa, rimasi in ospedale abbastanza a lungo, pi di una settimana.
In quei giorni il tempo perse struttura. Mattina, sera e notte si confondevano fra una continua
sonnolenza e un sonno senza riposo, mentre uomini e donne vestiti di bianco venivano a visitarmi, a
tirarmi il sangue, a farmi iniezioni, a somministrarmi pillole e gocce di ogni tipo.
A volte mi portavano in un ambulatorio pieno di apparecchiature dallaspetto antiquato e un po
pauroso; l mi attaccavano elettrodi alla testa, mi costringevano a esercizi di equilibrio, esaminavano
con aria annoiata i fogli stampati che uscivano dalla macchina.
Poi mi riportavano in stanza, io mi ributtavo sul letto e l restavo a vegetare, senza alzarmi mai.
Non avevo voglia di nulla, nemmeno di leggere i libri e i fumetti portati dai miei genitori o dai parenti
che passavano a visitarmi, compunti, fingendo disinvoltura. Nella mia stanza cera un altro ragazzo che
stava peggio di me. Anche lui rimaneva sempre a letto, con una flebo infilata nel braccio, assente a
tutto. Veniva a trovarlo solo la madre, una signora invecchiata precocemente, dallaria grigia, nel cui
sguardo coglievo, a volte, lampi di cupo rancore.
Ebbi ancora due crisi, ma molto meno forti, e imparai il nome della mia malattia. Epilessia
idiopatica. Significa: epilessia di cui i medici non sanno indicare la causa. Al massimo formulano delle
congetture, pi o meno sensate. Forse la mia epilessia dipendeva da un trauma verificatosi durante il
parto, o forse le ragioni erano altre e forse non le avremmo scoperte mai.
Su queste poco tranquillizzanti premesse i medici elaborarono un complesso piano terapeutico e
decisero che potevano rilasciarmi. Il peggio stava per cominciare.
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3.
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Nella mia memoria c una continuit incolore fra i giorni in ospedale, sul letto, senza energia,
senza voglia di fare niente; e i giorni a casa, sul letto, senza energia, senza voglia di fare niente.
Al momento delle dimissioni i medici di Neurologia ci avevano consegnato diversi fogli di
prescrizioni. Dovevo prendere quattro compresse al giorno  lantiepilettico, le vitamine, laltro
antiepilettico e un quarto farmaco  ognuna a un orario diverso; gi questo, da solo, rendeva la vita complicata.
Il vero problema, per, non erano le medicine. Uno di quei fogli conteneva alcune regole di
comportamento cui attenersi rigorosamente. Erano assai varie, e  considerandole a posteriori  alquanto assurde.
Evitare i luoghi troppo affollati e in particolare quelli con elevate soglie di rumorosit;
astenersi dagli sport di contatto, calcio incluso; andare a letto presto, dormire nove ore a notte, evitare il
caff e ogni altro alcaloide o eccitante, condurre una vita regolare.
Inoltre, dovevo eliminare le bevande gassate, compresa lacqua minerale.
Bevande gassate. La loro assunzione  aveva spiegato il primario ai miei genitori, da subito
perplessi sulla fondatezza delle premesse scientifiche di quel bizzarro precetto  poteva attivare non so
quale reazione, dalla quale, a sua volta, poteva scaturire una nuova crisi epilettica.
Ecco. Il vero problema era in quelle parole, nel loro suono spiacevole, nel loro sentore vergognoso.
Crisi epilettica. Epilessia. Soggetto epilettico.
Ero un soggetto epilettico. Una condizione inconfessabile, che evocava in qualche modo la
malattia mentale e che sarebbe stato meglio tenere nascosta.
Lo avevo intuito durante il ricovero e mi fu ancora pi chiaro al momento di tornare a scuola,
quando mia madre mi fece un discorso stranamente impacciato.
 Allora domani rientri a scuola. Sei contento, no?
Non ero particolarmente contento. Ero abulico, ogni cosa sembrava sbiadita, fuori e dentro di
me. Mi strinsi nelle spalle, poco convinto. Non le stavo facilitando il compito.
 Ti accompagno io,  continu,  cos porto il certificato medico, per far vedere che  tutto a posto.
Tutto a posto?
 Sul certificato c scritto che hai avuto una commozione cerebrale per una caduta, che sei
stato ricoverato per accertamenti e che adesso  tutto a posto . Era unaffermazione, la sua, ma il tono era esitante, quasi interrogativo, come se stesse formulando unipotesi o un piano di lavoro e chiedesse la mia approvazione.
 Come ha spiegato il dottore questa tua condizione potrebbe risolversi, cio si risolver
sicuramente, nel giro di pochi anni, prendendo le medicine e tutto il resto. Per non  indispensabile
raccontare per filo e per segno di cosa si  trattato.
Mi guard per vedere se la stavo seguendo. La stavo seguendo. Mia madre aveva messo in
parole la mia prima, confusa percezione: avevo una malattia vergognosa, e sarebbe stato molto meglio tenerla nascosta.
 I ragazzi, anche gli adulti a dire il vero, possono essere molto stupidi. Attribuiscono etichette
a una persona per il solo fatto che ha avuto un certo tipo di problema. Perci quando ti chiedono per
quale motivo sei stato assente, rispondi che sei inciampato a casa, hai battuto forte la testa, sei stato
ricoverato per controllare che non ci fossero danni ma adesso  tutto a posto. Daccordo?
Pronunci le ultime frasi dun fiato, come per liberarsi di un compito increscioso e
imbarazzante. Mia madre amava pensare a s stessa come a una persona che dice sempre la verit,
dunque stava violando una delle regole costitutive della sua identit personale.
 Daccordo,  dissi senza commenti.
Mi guard di nuovo. La conversazione non era finita.
 Antonio
 S?
 Per un po non giocare a pallone, non strapazzarti, stai riguardato. Il medico ha detto che
probabilmente quello che ti  successo non ricapiter, ma bisogna evitare di creare condizioni che
potrebbero attivare il problema. Ci vorr un po di pazienza, fra qualche mese abbiamo la visita di
controllo e sono sicura che presto potrai tornare a fare quello che vuoi.
 Quanto tempo?
 Ora non so con precisione  Fece un sospiro. Non era abituata a non sapere come
comportarsi. Credo che la mia malattia le desse una sensazione di fragilit che non le era familiare e
che non tollerava.
 Fra qualche mese abbiamo la visita di controllo e sentiamo,  continu con un gesto della
mano aperta che voleva essere conclusivo ed era solo di frustrazione.
Poi mi ripet lelenco delle regole di comportamento.
Fra le altre, la prospettiva di rinunciare alle partite di calcio alluscita da scuola, con successiva
bevuta di gassosa al chioschetto dei giardini pubblici, mi pareva la pi umiliante.
Mi sentii invalido e diverso. La questione era spiacevolmente semplice: ero malato, di una
malattia che bisognava tenere nascosta, e la mia vita sarebbe cambiata, anzi peggiorata.
 Andr tutto bene, non c niente di cui preoccuparsi,  concluse mamma, mettendo in atto,
cos come aveva fatto mio padre in ospedale, un perfetto esempio di dissonanza cognitiva: le sue parole
dicevano una cosa, il suo volto, la sua espressione ne dicevano unaltra, diversa.
4.
Comera facile prevedere, non and tutto bene.
Venni esentato da educazione fisica, e questo non contribu alla mia risocializzazione. Non so
se i miei compagni si bevvero la storia della caduta in casa o se qualcuno invece immagin che avevo
un problema di salute meno banale dei postumi di una contusione. Certo  che mi sentivo osservato.
 possibile che fosse la paranoia tipica di chi si trova in quel genere di situazioni, ma mi
sembrava che gli altri ragazzi, i professori e persino i bidelli mi trattassero con una cautela deliberata,
eccessiva, urtante. Quando passavo vicino a un gruppetto di compagni di classe, avevo limpressione
che dun tratto tutti smettessero di parlare, scambiandosi occhiate di compatimento e di intesa.
In breve cominciai a sentirmi un reietto, oltre che un invalido. La mattina, spinto da mamma, mi
trascinavo a scuola, ma per il resto non uscivo pi. Non potevo giocare a pallone e non avevo voglia di
dare spiegazioni o dire bugie ai miei amici. Cos trascorrevo i pomeriggi da solo, buttato sul divano a
guardare la tv senza davvero seguire i programmi, abboffandomi di qualsiasi cosa trovassi nel frigo o
nella dispensa e abbandonandomi sempre pi spesso a cupe elucubrazioni su un mondo dominato da
predestinazione, malattia e morte.
Mi ero appassionato alla lettura molto presto, in terza elementare. Era il mio passatempo
preferito e da questo punto di vista vivevo in una condizione privilegiata perch casa nostra era piena di
volumi di ogni genere, incluse varie enciclopedie e tutte le opere di Salgari, Dumas, Conan Doyle, oltre
a una ricca collezione di Maigret.
Dopo la crisi e il ricovero, smisi. Al massimo sfogliavo distratto qualche vecchio albo a fumetti,
stravaccato sullo stesso divano su cui vedevo la televisione, ma dei libri non avevo pi nessuna voglia;
se appena ci pensavo, non capivo come potessero essermi piaciuti in precedenza. Era come se non ne
avessi mai aperto uno in vita mia.
 difficile dire se quellapatia dipendesse dai farmaci o dalla mia immedesimazione nella parte
del malato. Con ogni probabilit da entrambe le cose, ma certo  che pi passava il tempo, pi la
situazione peggiorava.
I miei genitori non potevano non accorgersene.
Un giorno di febbraio mio padre venne a casa. Lui e la mamma si salutarono con la solita
cortesia che mi irritava moltissimo. In particolare mi chiedevo per quale motivo mamma, che a quanto
mi risultava era stata lasciata, non nutrisse e non manifestasse del sano risentimento.
 Luned prossimo andiamo a Marsiglia,  disse pap senza alcun preambolo. Mia madre
ascoltava in silenzio, evidentemente gi informata della cosa.
 Dove?  chiesi io.
 A Marsiglia, in Francia.
 E cosa ci andiamo a fare?
Lui e la mamma si erano resi conto che non tutto funzionava nella terapia che stavo seguendo.
Avevano qualche dubbio sul numero e sul dosaggio dei farmaci, sulla stravaganza di alcune regole di
comportamento. Si erano resi conto che nel complesso sembravo in difficolt  brillante intuizione, fui
sul punto di esclamare, con quello che rimaneva della mia aggressivit adolescenziale  e che,
insomma, era necessario sentire lopinione di un altro medico e verificare se la cura era corretta o se
occorreva modificarla.
Dunque avevano cominciato a informarsi su chi fossero i migliori specialisti di quel disturbo 
non credo che i miei genitori abbiano mai pronunciato in mia presenza la parola epilessia  in Italia e
anche allestero. Lindagine aveva portato ad accertare che in assoluto il maggiore esperto di quel
disturbo, nei bambini e nei ragazzi, era un certo professor Henri Gastaut di Marsiglia.
La lista dattesa per essere visitati da questo luminare era lunghissima, mio padre per aveva
telefonato alla sua segreteria per chiedere se cera modo di anticipare ed era venuto fuori che era
possibile avere un appuntamento di l a quattro giorni perch un altro paziente aveva disdetto.
Potevamo farcela con cos poco preavviso? Potevamo farcela, aveva risposto mio padre. Poi aveva
subito organizzato il viaggio  biglietti, valuta, prenotazione dellalbergo  e adesso era l per
comunicarmi che saremmo partiti per la Francia, tutti e tre insieme.
Ebbi limpulso di rispondere che non ci volevo andare, a Marsiglia; avevo letto, o sentito alla
televisione, che era un posto pericoloso. Era puro spirito di contraddizione. Mi infastidiva essere messo
di fronte al fatto compiuto; o forse lidea di un viaggio con i miei genitori separati da anni mi
trasmetteva una malinconia inconfessabile.
Invece mi limitai a sbuffare in segno di protesta e quattro giorni dopo eravamo a Marsiglia.
La citt mi apparve inospitale, grigia per via della stagione e della pioggia che non smise mai di
cadere. Cera il mare da qualche parte, ma non ricordo di averlo visto. In realt in quei giorni non vidi
nulla, se non lalbergo, lospedale, di nuovo lalbergo.
LHtel de Provence aveva la moquette nelle camere e un odore vagamente metallico, come di
ghisa. Non ricordo altro del posto a parte il fatto che mia madre aveva una stanza singola e che invece
io e mio padre dividevamo una doppia. Si comportavano fra loro come due conoscenti, cortesi e
distaccati.
La situazione era imbarazzante e triste, e io pensavo che avrei voluto essere adulto, sano, solo e
lontano.
5.
Il Centre Saint-Paul per la cura dellepilessia era un grande fabbricato moderno, piuttosto
anonimo, in un luogo imprecisato fuori dal centro. Ci arrivammo in taxi: mio padre da una parte, mia
madre dallaltra e io nel mezzo.
A differenza dellospedale in cui ero stato ricoverato dopo la crisi, al Saint-Paul tutto
funzionava bene e latmosfera era di serena efficienza. Sembrava di essere in un altro mondo e,
considerata lincredibile modernit delle apparecchiature, anche in unaltra epoca.
Fummo ricevuti da un giovane medico collaboratore di Gastaut che si occup degli
accertamenti preliminari. Il professore mi avrebbe visitato alla fine di questi controlli, quando la
documentazione fosse stata completa, disse ai miei genitori, che parlavano entrambi il francese con
molta scioltezza. Pensai che non sarei mai stato capace di essere cos naturale in una lingua diversa
dallitaliano.
Seguirono due giorni in cui mi fecero  e mi fecero fare  di tutto. Il ricordo  confuso, le
immagini si accavallano. Elettrodi applicati alla testa, lettini, computer, grafici, radiografie e simili;
congegni avveniristici fra i quali uno che sparava immagini colorate in rapida successione negli occhi,
come in una specie di delirio psichedelico.
Ricordo molti medici, molti infermieri e soprattutto molti bambini e adolescenti nelle sale
dattesa dei diversi ambulatori. Qualcuno indossava un casco, qualcuno era sdentato, qualcuno aveva
lividi vistosi o bendaggi sulla faccia e sulla testa.
Era uno spettacolo inquietante. Mi spiegarono che tutto dipendeva dalle crisi frequenti e
violente, tipiche di talune forme gravi di epilessia. Quei ragazzini perdevano conoscenza, cadevano
rovinosamente e si rompevano i denti, si spaccavano la testa.
Guardandoli  ne vidi tanti in quei tre giorni allospedale Saint-Paul  provavo due sentimenti
contraddittori, quasi opposti. Da una parte mi consideravo, alla fine dei conti, fortunato: le cose
sarebbero potute andare molto peggio. In fondo mi era successo di svenire una volta sola e non mi
toccava andare in giro con uno di quei ghigni sdentati e un po paurosi.
Daltra parte mi chiedevo se fossi davvero al sicuro o se, al contrario, non corressi il rischio di
un aggravamento e dunque di ritrovarmi anchio nel girone infernale di quei miei coetanei invalidi ed
evidentemente infelici.
Arriv il momento di incontrare il professor Gastaut.
La porta della sua stanza si apr esattamente alle undici, cio lora fissata per la visita. La prima
cosa che pensai, trovandomelo di fronte, fu che sembrava un attore, un tipo alla Michel Piccoli, per
intenderci.
Comunicava unidea di risolutezza allegra e un po guascona. Aveva la barba fitta e brizzolata,
le sopracciglia folte, occhi scuri e mobilissimi, di quelli sempre in bilico fra la risata e la furia.
Sfogli la mia cartella clinica, soffermandosi su qualche documento, qua e l. A un certo punto,
con unespressione fra il divertito e il disgustato, borbott qualcosa a proposito di bevande gassate.
Alla fine alz lo sguardo su di me e mi sorrise.
 C qualcosa che ti piace fare, particolarmente, Antonio? Hai qualche talento? Musica,
disegno, una destrezza speciale?  Parlava un buon italiano e sembrava contento, perfino compiaciuto,
di esibirlo.
La domanda mi prese in contropiede.  Mi piace disegnare,  risposi dopo una decina di
secondi.
 Saresti capace di farmi un ritratto? Basta anche solo uno schizzo.
 S credo di s.
Mi porse un blocco da disegno e un paio di matite e, come mi aveva chiesto, gli feci il ritratto,
sotto lo sguardo parecchio stupito di mia madre e mio padre.
Quando terminai gli porsi il foglio e lui lo osserv, annuendo. Non so se annuisse perch gli
piaceva il disegno o perch il fatto che sapessi disegnare confermava in qualche modo una sua
intuizione o una sua tesi.
 Ci sono molti tipi di epilessia,  disse infine.  Quella di Antonio non  grave e la prognosi
per fortuna  favorevole. Fra qualche anno potrebbe non aver pi bisogno di farmaci.
Continu spiegando che in medicina non ci sono mai certezze assolute ma che, insomma, si
poteva essere ragionevolmente ottimisti. Non era possibile stabilire quale fosse la causa della mia
patologia, in effetti si trattava di una classica epilessia idiopatica, ma era probabile che dipendesse da
un trauma al momento del parto. Bisognava ridefinire e soprattutto semplificare la terapia. In luogo dei
quattro diversi farmaci che da mesi prendevo ogni giorno, sarebbe stato sufficiente prenderne uno solo.
Quanto alle cautele da adottare, magari era meglio evitare pugilato, rugby o lotta greco-romana, ma per
il resto ero libero di fare quello che volevo, incluso giocare a calcio. Ci saremmo rivisti di l a tre anni e
allora, con ogni probabilit, avremmo potuto archiviare la faccenda.
Ascoltammo tutto, fino alla fine, sempre pi sollevati. Mia madre e mio padre avevano
lespressione di due coimputati che abbiano appena sentito il giudice leggere una sentenza di
assoluzione. Anchio, ovviamente, ero molto contento. Ma cera qualcosa che Gastaut non disse e che
invece io volevo sapere.
 Perch mi ha fatto disegnare?  gli domandai quando fu chiaro che voleva sentirselo chiedere.
Lui sorrise, come per un piccolo gioco.
 Sono molti anni che cerco di studiare i possibili legami fra epilessia e talento, in particolare
quello artistico. Ho scritto un certo numero di articoli sullargomento. Moltissimi grandi personaggi
erano epilettici.
 Chi era epilettico?  chiesi, rendendomi conto che quella era la prima volta che riuscivo a
pronunciare la parola.
 Solo per fare qualche esempio: Aristotele, Pascal, Edgar Allan Poe, Fdor Dostoevskij, Georg
Friedrich Hndel, Giulio Cesare, Gustave Flaubert, Guy de Maupassant, Hector Berlioz, Isaac Newton,
Molire, Lev Tolstoj, Leonardo da Vinci, Ludwig van Beethoven, Michelangelo, Socrate, Vincent Van
Gogh.
Elaborai linformazione.
 bizzarro come la stessa cosa, esattamente la stessa cosa, possa farci sentire in modo cos
diverso a seconda di come la vediamo, del contesto mentale in cui la collochiamo.
Lepilessia, da quando me lavevano diagnosticata, era stata per me uno stigma di inferiorit, un
marchio di infamia da occultare. Il mio mondo interiore sub un movimento di rotazione attorno al
proprio asse, come un passaggio dalla notte al giorno, dopo le parole di Gastaut, dopo aver ascoltato
quellelenco di geni che avevano avuto, a quanto pareva, un problema analogo al mio. Mi ero sentito un
reietto e, dun tratto, per la medesima ragione materiale, mi sentii quasi un eletto, membro di una
categoria speciale di esseri superiori.
 Per piacere firma il tuo disegno,  disse Gastaut, con un tono quasi formale. Io lo firmai, e la
cosa mi parve naturale, come fosse la sottoscrizione del contratto con la mia nuova vita, che iniziava in
quel momento.
Si alz, ci strinse la mano ripetendo che ci saremmo rivisti di l a tre anni e ci accompagn alla
porta.
 Ah, Antonio?  disse con la mano sulla maniglia.
 S?
 Le puoi bere.
 Cosa?
 Le bevande gassate.
6.
Con quella cura cos poco aggressiva e il senso di normalit che la diagnosi di Gastaut mi aveva
restituito, la vita riprese un ritmo ordinario.
La depressione strisciante in cui ero piombato dopo il ricovero pass da un giorno allaltro.
Tornai a fare quello che facevo prima, incluso giocare a calcio e bere la gassosa. Insomma tornai a
mimetizzarmi fra i miei coetanei, desiderando al tempo stesso di essere molto diverso da loro. Una
schizofrenia che in realt  di tutti gli adolescenti. Agire per essere uguali e sognare di essere diversi.
Ricominciai anche a leggere.
I tre anni passarono lenti, quasi immobili: una specie di eterno presente, una stagione elusiva
ricca di fantasticherie piuttosto che di eventi rimarchevoli.
Il fatto  che, invece di viverle, le esperienze, me le immaginavo. Nel futuro magico dei miei
sogni scrivevo libri, disegnavo fumetti, realizzavo cartoni animati con personaggi che diventavano
famosi, popolari e amati come quelli di Disney o della Marvel.
Mi figuravo unesistenza tanto vaga quanto meravigliosa, fatta di viaggi per il mondo, di
avventure, dincontri romantici con ragazze belle e affascinanti.
La vita nel mondo reale era un po pi noiosa. Mi piacerebbe poter dire che la mia adolescenza
 stata piena di episodi indimenticabili, ma purtroppo non fu cos.
I ricordi pi emozionanti di quel periodo sono dei sogni che facevo e dei momenti in cui li
facevo: durante una passeggiata; disteso sul letto ad ascoltare la musica; seduto sulle scale, nel cortile
della scuola durante loccupazione della prima liceo.
Pochissimi furono invece i fatti.
Ebbi una breve storia con una mia coetanea, Mara. Fidanzamento era un termine che allora non
si usava e che comunque sarebbe stato inadatto a definire il nostro rapido incontro e lancor pi rapida
separazione.
Ci conoscemmo a una festa, andammo insieme al cinema un paio di volte, camminammo
tenendoci la mano per qualche settimana, ci scambiammo qualche bacio e qualche molto impacciata
carezza in taluni umidi androni. Erano le mie primissime esperienze  parola forse un po grossa, in
effetti  e solo per questo non sono state risucchiate dalloblio. La cosa si concluse nel giro di un paio
di mesi, senza che nessuno dei due perdesse la verginit e senza che largomento venisse nemmeno
messo allordine del giorno.
A parte la parentesi con Mara, maldestra ma reale, mi dedicai soprattutto, seguendo la mia
indole, ad amori immaginari. In particolare mi innamorai a distanza di una ragazza che assomigliava a
Sophie Marceau e che non mi not mai, essendo troppo impegnata a frequentare venticinquenni muniti
di auto decappottabili e moto di grossa cilindrata. Ci, considerato retrospettivamente, fu una fortuna:
se si fosse accorta di me e magari ci fossimo addirittura parlati, avrei finito per consegnarle le poesie
che avevo scritto per lei coprendomi per sempre di ridicolo.
Unaltra cosa che ricordo  sembra simile a certi sogni angosciosi dellalba, ma fu
spaventosamente reale   il suicidio di un ragazzo della mia scuola, mio coetaneo, che conoscevo solo
di vista.
Fu una mia compagna di classe a dirmi cosa era successo, sulla strada di casa, alla fine delle
lezioni. Me lo disse mentre passavamo davanti a una tintoria dalla quale veniva quellodore
inconfondibile di vapore, ferri da stiro, appretto, lavaggio a secco. Da allora, per sempre, lodore di
lavanderia mi fa tornare in mente quel ragazzo dallaria un po goffa, con la fronte e il naso coperti di
acne che quella mattina verso le otto, invece di venire a scuola, aveva scavalcato la ringhiera della
terrazza di casa e si era lasciato cadere. Sette piani di una palazzina moderna sono ventuno metri, fu la
prima cosa che pensai; e mi chiesi se in un volo di oltre venti metri uno ha il tempo di rendersi conto di
cosa ha fatto, di pensare che poteva fare diversamente.
S, mi risposi subito. Una volta, alle piscine comunali, mi ero lanciato per scommessa dalla
piattaforma olimpica di dieci metri e avevo fatto in tempo a pensare, eccome. Cos di certo lui: e questa
mi parve la parte pi terribile dellintera storia.
Cercai nella memoria gli indizi, i sintomi, i segni premonitori dellaccaduto. Li cercammo tutti,
immagino, per convincerci che lui era diverso, e che ci che era successo a lui non sarebbe potuto
succedere a noi.
Ma non trovai nessun sintomo e nessun segno premonitore. La verit  che Enrico  cos si
chiamava, anche se non credo di aver mai pronunciato il suo nome  appariva normale, uguale agli
altri. Ci furono molte congetture, ma nessuno avrebbe mai capito davvero quale motivo lo avesse
spinto.
Se aveva un vizio dellanima  un segno di predestinazione  era cos nascosto che nessuno era
riuscito a vederlo, e nessuno pot perci rammentarlo.
La morte di Enrico fu la prima infrazione di senso che sperimentai nella mia vita. La percezione
del caos. Una cosa tanto assurda ed enorme da far smarrire lintelligenza che cercava di decifrarla.
Fu forse per metterci al riparo da questo vertiginoso senso dellassurdit, per proteggerci
dallabisso, che dopo due giorni, come per un tacito accordo, smettemmo di parlare di lui.
Lo dimenticammo, come se non fosse mai esistito.
Non era mai esistito.
Alle elementari ero stato nel gruppetto dei primi della classe. Andavo bene in tutto, molto bene
in disegno e matematica. La maestra diceva che si vedeva che ero figlio di mio padre, cio un
matematico di professione. Questa cosa da bambino mi piaceva, ma crescendo cominci a infastidirmi
fino a diventare quasi insopportabile.
Arrivato alle medie mi inabissai, per varie ragioni, in una confortevole mediocrit. Studiavo
poco, mi limitavo a prendere la sufficienza, lappartenenza al club dei primi divent solo un ricordo
dinfanzia.
Un giorno incontrai la mia insegnante delle elementari. Non ci vedevamo da tanto e mi chiese
come andasse la scuola, se ero sempre cos bravo in matematica. Risposi che della matematica non me
ne importava niente, che detestavo i numeri e le formule, che da adulto avrei fatto un lavoro che non
avesse nulla a che fare con quella roba. Ricordo il suo sguardo stupito e dispiaciuto. Ferito. E ricordo
molto bene la sensazione di avvilimento, di colpa, quasi di vergogna che mi prese per ci che le avevo
detto, per il modo in cui glielavevo detto; per il grumo indistinto di fragilit e risentimento che intuivo
dietro le mie parole.
Proprio perch quei tre anni furono lunghissimi, proprio perch mi ero in breve dimenticato di
me stesso, mi parve quasi assurdo che un giorno mio padre mi dicesse che aveva preso il nuovo
appuntamento con il professor Gastaut. Era maggio e la visita era stata fissata per giugno, subito dopo
la fine delle lezioni.
 Perch dobbiamo andarci proprio a giugno?  risposi stizzito.
Mi guard per qualche istante, perplesso. Non capiva il tono della mia voce e soprattutto il
senso della mia domanda, che in effetti, nel suo riferimento a giugno, risultava incomprensibile. La
realt era che con quelle due innocue pillole al giorno  lo stesso farmaco, mattina e sera  avevo
trovato un assetto.
Vivevo in modo normale, la medicina non mi dava nessun fastidio e non aveva effetti
collaterali; prenderla era come lavarsi i denti, cio una cosa che fai pi volte al giorno senza neanche
accorgertene. Perch correre il rischio di alterare quellequilibrio?
Mi ero dimenticato  avevo rimosso  la parola epilessia; mi ero dimenticato  avevo rimosso 
di essere epilettico; mi ero dimenticato  avevo rimosso  quello stigma di invalidit e di esclusione
che mi aveva accompagnato per i mesi trascorsi fra il ricovero e la visita da Gastaut. Non volevo
tornare sullargomento. Non volevo avere paura.
 Che significa?  mi chiese lui, accendendosi una sigaretta con espressione perplessa. 
Quando dovremmo andarci, secondo te?
La replica era semplice e ineccepibile e per questo mi innervos ancora di pi.
 Non faccio in tempo a finire la scuola e devo gi fare questa cosa? A giugno! Magari vorrei
andare al mare, rilassarmi e invece devo andare a Marsiglia. Non si pu aspettare qualche mese, magari
lautunno o linverno? Che cazzo!
Sul viso di mio padre si disegn una smorfia di esasperazione. Avere a che fare con il suo unico
figlio era diventato, con gli anni, sempre meno facile. Trasse un respiro profondo e parl in modo
deliberatamente lento.
 Ascoltami, Antonio. Quando ti ha visitato, Gastaut ha detto che dovevamo rivederci dopo tre
anni. I tre anni sono passati: era febbraio, ricordi? Fra laltro ho saputo che presto lui andr in pensione
e far solo visite private, fuori dal centro, senza la disponibilit delle apparecchiature e tutto il resto. Ce
la sbrighiamo in due giorni. Poi ti godi le vacanze.
 Sto bene, che bisogno c?
 S, stai bene, grazie al cielo, ma prendi la medicina. Non vorrai mica prenderla per tutta la
vita?  un barbiturico, uno psicofarmaco e, come dire, non  una buona idea assumere psicofarmaci
senza necessit.
Ovviamente aveva ragione. Cercai qualche argomento che non fosse risibile, ma non lo trovai.
Cos me ne andai in modo villano, senza salutarlo.
Quindici giorni dopo partivamo per Marsiglia.
7.
Mia madre non venne con noi. Aveva un convegno internazionale a Firenze dove era in
programma una sua relazione. Mi aveva detto che se volevo non ci sarebbe andata, ma io avevo
risposto con tono adulto che non se ne parlava nemmeno, era una cosa importante per lei e non doveva
rinunciarci.
Almeno per quello mi sentivo sollevato: la sola idea di replicare il viaggio di tre anni prima, con
entrambi i miei genitori, mi provocava un senso di soffocamento.
Arrivammo a Marsiglia di sera. Avevamo gi con noi la cartella clinica completa perch nei
giorni precedenti avevo fatto analisi ed elettroencefalogrammi. Gastaut mi avrebbe visitato la mattina
seguente e nel tardo pomeriggio saremmo ripartiti.
Lalbergo era in un edificio moderno, un po anonimo ma certo pi confortevole di quello della
volta precedente. Si trovava a ridosso de la Canebire, la via pi famosa di Marsiglia, che collega il
quartiere borghese di Rforms al Vieux Port.
Dopo esserci sistemati scambiando solo poche parole di servizio, uscimmo a cercare un posto
dove mangiare.
La zona del nostro hotel faceva pensare a una normale citt francese e a una normale citt
europea, cio a un luogo simile a casa nostra, dove potevamo sentirci relativamente a nostro agio.
In breve ci accorgemmo che quellimpressione era, nel migliore dei casi, parziale. Procedendo
verso il porto, infatti, Marsiglia si trasformava a vista docchio in una sorta di metropoli nordafricana,
presidiata a ogni angolo da prostitute e magnaccia, percorsa da gruppi di ragazzi magrebini dagli
sguardi famelici, punteggiata da botteghe strapiene come bazar in miniatura, da negozi sbarrati con assi
di legno, da ristoranti che emanavano odore di spezie e fritture, da caff equivoci, da cinema porno. In
due o tre occasioni fummo costretti a evitare o a scavalcare degli uomini accasciati a terra: ubriachi,
tossici o semplici disperati senza rimedio.
Mio padre e io non parlavamo, ma luno poteva percepire il disagio crescente dellaltro. Era
buio, ormai, e le vie comunicavano nellinsieme un senso dignoto e di pericolo. Avrei voluto dire che
forse era meglio tornare indietro, ma lidea mi metteva in difficolt; non trovavo le parole, come se mio
padre potesse offendersi, potesse pensare che lo consideravo non idoneo a gestire uneventuale
situazione di emergenza.
Credo che anche lui pensasse qualcosa di simile, che avrebbe preferito rientrare in territori
meno inospitali, ma come me rimase in silenzio. Si accese una sigaretta, guardandosi attorno e
cercando di non dare a vedere che si guardava attorno. Come se qualcuno potesse essere infastidito da
uneccessiva curiosit e ce ne chiedesse conto.
A un certo punto sentimmo uno scoppio di grida alle nostre spalle. Ci voltammo appena in
tempo per vedere un giovane magrebino, piccolo e smilzo, che correva sullaltro lato della strada.
Dietro di lui due poliziotti. Uno di loro, in particolare, aveva la falcata potente e minacciosa del
giocatore di rugby alla caccia di un avversario. Se un passante gli ostacolava il passaggio, lo spazzava
via con una manata senza nemmeno rallentare. Il ragazzo era veloce ma lagente era senza dubbio un
atleta allenato e, metro dopo metro, accorciava la distanza.
La scena aveva una sua ritmica, selvaggia bellezza.
Lultima fase dellinseguimento si svolse in parallelo con i binari del tram, che parevano quasi
una pista di atletica, destinata a quella specifica, spietata disciplina sportiva. Alla fine il poliziotto
raggiunse il fuggitivo, lo travolse e lo scaravent a terra. Erano a una cinquantina di metri da noi e io
mi avvicinai per vedere cosa sarebbe successo. Ebbi la sensazione nettissima che mio padre fosse stato
sul punto di dire qualcosa  dove vai? lascia stare  ma allultimo si fosse trattenuto.
Il poliziotto, che era biondo e sembrava pi un tedesco che un francese, aveva sollevato di peso
il ragazzo da terra, lo aveva sbattuto contro una saracinesca e adesso lo stava perquisendo. Quasi subito
gli trov addosso qualcosa, qualcosa che non riuscii a distinguere ma che lo fece arrabbiare: si mise in
tasca loggetto, urlando parole incomprensibili, e prese a picchiare con una violenza che non avevo mai
visto. Laltro poliziotto arriv mentre si stava creando un capannello di persone, tutte con la pelle scura
e gli sguardi carichi di paura e odio.
I due agenti parlarono freneticamente fra loro; il primo ammanett larrestato dietro la schiena,
laltro, che era calvo e ossuto, grid qualcosa al gruppo di spettatori ostili, che ormai erano diventati
una quindicina, forse di pi.
 Cosa ha detto?  chiesi a mio padre.
 Di stare indietro altrimenti ne ammazza qualcuno.
Quelli per non si fecero indietro, se non di pochi centimetri, e le loro espressioni diventavano
sempre pi aggressive. Qualcuno strill qualcosa, qualcuno sput verso i poliziotti, che adesso
parevano decisamente preoccupati. Il calvo allora estrasse la pistola e la spian verso la piccola folla.
Nella sua voce rabbiosa si coglieva una nota isterica. Questa volta gli altri ondeggiarono ma nessuno
scapp.
Noi eravamo a una decina di metri di distanza. Mio padre mi tocc sulla spalla e disse: 
Andiamo via.
 Aspetta,  risposi senza muovermi. Lui non insistette. Il poliziotto punt la pistola in aria ed
esplose due colpi; qualche istante dopo, quasi rispondessero a un richiamo, si udirono delle sirene che
si avvicinavano. Lassembramento si disperse come uno stormo di uccelli.
Arrivarono due auto da cui scesero altri uomini in divisa; i lampeggianti continuarono a
funzionare, illuminando a intermittenza la scena, come effetti speciali di una discoteca.
Il ragazzo fu caricato su una delle macchine, che ripartirono in un inutile stridore di pneumatici.
Cenammo, male, in un brutto ristorante vicino allalbergo. Avrei voluto parlare di quello che
era successo, di quello che avevamo visto, ma mi accorsi di non avere le parole e i modi, per rivolgermi
a mio padre.
La cosa mi diede una fitta inattesa di dispiacere, e mi fece anche sentire in imbarazzo. Come se
la mia regola di coerenza personale e lo statuto della mia ribellione familiare fossero stati incrinati da
quel moto involontario dellanima.
Ci coricammo e io mi rigirai a lungo nel letto con gli occhi spalancati. Rivedevo quello che era
successo, ascoltando mio padre che dormiva l accanto. Il suo respiro somigliava a un fruscio di foglie
calpestate. Ogni tanto borbottava qualche parola senza senso.
Pensavo alla visita che mi attendeva e avevo brutti presentimenti.
Mi addormentai subito dopo essermi detto che di sicuro avrei trascorso lintera notte in bianco,
e senza troppa originalit passai dal pensare a Gastaut a sognare Gastaut.
Era serio, molto meno cordiale e simpatico della prima volta. Sedeva insieme a mia madre su un
divano, in una stanza diversa dallo studio in cui mi aveva visitato tre anni prima, una stanza che non
avevo mai visto. Dopo aver esaminato le carte mi diceva che purtroppo le cose non erano andate come
aveva sperato e che, purtroppo, la mia epilessia non era cos lieve. Bisognava tornare alla vecchia
terapia e smettere di bere lacqua gassata e di giocare a calcio. Dovevo sapere che non avrei mai avuto
una vita normale. Mia madre a quel punto interveniva e diceva che laveva detto, lei, che non dovevo
giocare a pallone.
Poi mi accorgevo che cera anche mio padre, nel sogno.
Ma stava in disparte, non diceva niente e mi faceva una strana, inspiegabile tenerezza.
8.
Lappuntamento allaccettazione era per le dieci.
Facemmo colazione, mio padre pag la stanza e prendemmo un taxi per lospedale portando
con noi le nostre due vecchie, piccole valigie di pelle semivuote. Era il 1983 e i bagagli con le rotelle
non erano stati ancora inventati, anche se oggi ci sembra che siano sempre esistiti.
Lidea era di andare in aeroporto direttamente dallospedale, subito dopo la visita. Forse cera
un pizzico di scaramanzia, in quei tempi cos compressi; o forse cera solo il fatto che il giorno dopo
mio padre aveva gli esami alluniversit e si era organizzato per non doverli rinviare.
Era quasi estate, laria era limpida, spirava una brezza piacevole, non faceva n troppo caldo n
troppo fresco.
La citt appariva luminosa e amichevole, veniva voglia di visitarla.
Lospedale era diverso da come lo ricordavo. Diversamente frequentato. La cosa che mi colp di
pi fu lassenza di bambini e ragazzi con caschi o denti rotti. Era una coincidenza? Forse adesso li
convocavano in giorni specifici o li ricevevano in spazi separati per non turbare i pazienti meno gravi?
O forse i progressi delle cure avevano eliminato certe spiacevoli conseguenze delle crisi?
Fui avviato agli ultimi controlli, che richiedevano apparecchiature esistenti solo al Centre
Saint-Paul. Subito dopo avrei visto il professore.
 strano. Ricordo con precisione tutti gli esami cui mi sottoposero la prima volta al Saint-Paul,
anche se si tratta di fatti pi lontani nel tempo. Invece non ricordo cosa mi fecero quella mattina.
Voglio dire che non ricordo proprio niente.
 come se dopo laccettazione mi avessero drogato e leffetto della droga fosse cessato solo
quando ci lasciarono entrare nella sala dattesa adiacente allo studio di Gastaut.
La mia memoria riprende il filo solo in quel momento.
Cera ancora da aspettare un poco, ci disse linfermiera. Cera stata unemergenza che aveva
fatto slittare gli appuntamenti della mattinata, ma in breve saremmo stati ricevuti.
Dopo aver scambiato qualche parola irrilevante, dopo esserci chiesti se non correvamo il rischio
di perdere laereo ed esserci risposti che no, non cera il rischio visto che mancavano molte ore alla
partenza, tirammo fuori simultaneamente i nostri libri. Mio padre aveva con s i Sillabari di Parise, io
Franny e Zooey di Salinger, che preferivo di gran lunga al Giovane Holden e che stavo leggendo per la
seconda volta.
Passarono una decina di minuti, poi Gastaut apr la porta e ci invit a entrare.
Mi salut stringendomi la mano e chiamandomi per nome e salut mio padre stringendogli la
mano e chiamandolo professore. Dunque si ricordava bene di noi: la cosa mi fece un certo effetto.
 Sei diventato adulto, Antonio. Continui a disegnare?  mi domand nel suo ottimo italiano e
con il suo forte accento francese. Io accennai un sorriso e lui si concentr su tabulati e referti.
Lesame della cartella clinica dur qualche minuto, mentre io non riuscivo a non pensare ai miei
incubi notturni e alla possibilit che fossero una premonizione.
Mio padre scrutava lespressione di Gastaut, in cerca di qualche indizio sul verdetto che stava
per arrivare. Nella stanza si sentiva solo un ronzio di apparecchiature lontane.
Alla fine il medico poggi il fascicolo sulla scrivania, lo chiuse e ci guard: prima luno, poi
laltro. Se voleva creare della suspense, ci stava riuscendo.
 Tutto secondo le nostre previsioni.
Respirai. Scambiai uno sguardo con mio padre che allung una mano e mi strinse la gamba un
po sopra il ginocchio. Quel gesto avrebbe dovuto darmi fastidio, pensai. Invece non me ne diede
affatto.
 Allottanta per cento Antonio  guarito,  riprese Gastaut.  Gli esami vanno bene, ma c
ancora un controllo da fare, per essere tranquilli.
 Che controllo?  chiese mio padre.
Ce lo spieg. Per avere la certezza che fossi del tutto guarito e che dunque si poteva sospendere
il farmaco, era necessario verificare come reagiva il mio cervello in condizioni di stress.
In pratica, ci disse, non dovevo dormire per due notti di seguito, assumendo ogni otto ore certe
pillole che mi avrebbe dato lui e che mi avrebbero aiutato a stare sveglio. Invece non dovevo assumere
il farmaco che avevo preso ogni giorno, due volte al giorno per gli ultimi tre anni.
Se anche con la deprivazione del sonno, leliminazione del farmaco e la somministrazione di
quelle pillole  anfetamine, probabilmente, ma n io n mio padre chiedemmo cosa fossero  non fosse
successo niente, significava che ero guarito e potevo dedicarmi alla mia vita normale di ragazzo di
diciottanni, dimenticandomi gli ospedali, gli elettroencefalogrammi, i barbiturici e soprattutto i
neurologi.
Il nome tecnico di quella procedura era prova da scatenamento. Oggi  vietata dalla deontologia
medica, mi ha spiegato un amico psichiatra, ma allepoca si usava ancora.
 E quando dovrebbe farlo, questo test?  chiese mio padre, piuttosto allibito. Gastaut lo guard
come si guarda chi ha fatto una domanda un po strana.
 Subito. Non dorme stanotte, non dorme domani notte, tornate qua dopodomani mattina. Se 
tutto a posto ci salutiamo per sempre.
 Ma noi dovremmo rientrare oggi abbiamo laereo
 Caro professore, se preferisce possiamo spostare pi in l questo accertamento finale.
Dovremo prendere un altro appuntamento, e non sar prima di fine anno. Intanto Antonio dovr
continuare per mesi con il barbiturico. Secondo me sarebbe meglio fare subito, ma naturalmente la
decisione  vostra . Nella voce di Gastaut vibrava una lieve, educata nota di irritazione.
 Potrebbe avere una crisi?
 Non credo, per, s, in teoria potrebbe accadere. .. come si dice? Ah s,  improbabile ma
non  impossibile.
 Che facciamo se succede?
 Venite subito qui, anche di notte, e facciamo tutto quello che c da fare. Se ha una crisi
significa che non  guarito e che dovr continuare a prendere la sua medicina. Improbabile, ripeto, ma
non impossibile.
Mio padre lasci passare forse mezzo minuto, poi si volt verso di me.  Te la senti?  Io feci di
s col capo, non tanto perch fossi sicuro di sentirmela davvero, ma per il modo in cui me lo aveva
chiesto. Da uomo a uomo, mostrandomi rispetto.
 Va bene. Allora ci organizziamo,  concluse lui alzandosi.
Gastaut disse che era la scelta giusta, ci ripet che una crisi era improbabile, consegn a mio
padre la confezione delle pillole che avrei dovuto assumere ogni otto ore e termin dicendo che ci
avrebbe ricevuto due giorni dopo, alle nove in punto.
 Fai tutto quello che vuoi, in questi due giorni. Sforzi fisici; bevi caff e vino, se ti piacciono.
Senza esagerare,  chiaro. Prendetela come una vacanza. Ci vediamo dopodomani.
9.
 E adesso?  chiesi, mentre fuori dallospedale aspettavamo il taxi che lefficientissimo
personale di portineria aveva chiamato per noi. Avevamo gi sentito mamma, con cui avevamo
appuntamento telefonico. Lei si era un po preoccupata, ma mio padre era stato bravo a rassicurarla,
raccontandole solo la parte indispensabile della verit.
 Torniamo in albergo,  disse pap,  e speriamo che abbiano una stanza disponibile per due
notti. Altrimenti bisogner cercarne un altro. Poi dobbiamo trovare unagenzia di viaggi per spostare i
voli. Poi poi vediamo,  concluse allentandosi il nodo della cravatta e accendendosi una sigaretta.
La nostra stanza era gi stata occupata ma ce nera unaltra disponibile, pi grande e pi
costosa, con una bella vista. Mio padre si strinse nelle spalle e disse che la prendevamo, per due notti.
 Anche se credo che di notte sar bene non starci per niente, altrimenti rischiamo di
addormentarci,  disse voltandosi verso di me, mentre il portiere provvedeva alla nuova registrazione.
 Ma tu puoi dormire,  risposi.
Lui mi guard, parve sul punto di replicare, poi si limit a scuotere il capo.
 Ho detto una cazzata?  chiesi.
 S. Ma considerata la situazione, mi sembra veniale. La cazzata, intendo dire.
Mio padre di regola non diceva parolacce. Era molto attento, certo pi di mia madre, e di rado,
solo in situazioni eccezionali, lavevo sentito usare parole come cazzata e simili. Mai, comunque, nel
modo naturale e discorsivo che aveva usato in quel momento. Qualcosa mi sfuggiva.
Ci sistemammo nella nuova camera e subito ci rendemmo conto che, fra le altre cose,
dovevamo cercare un negozio di abbigliamento o un grande magazzino. Non avevamo camicie,
mutande e magliette pulite, visto che avevamo preparato il bagaglio pensando a un solo giorno e una
sola notte.
Uscimmo, prendemmo due panini al formaggio del tutto insipidi e due birre, mangiammo su
una panchina e poi andammo allagenzia di viaggi che ci avevano indicato in albergo.
Il cambio dei biglietti richiese pi tempo del previsto. Limpiegato non sembrava esattamente
un genio e, nonostante mio padre parlasse un francese pressoch perfetto, continuava a chiedergli di
ripetere, mostrando di non capire ed esibendo lespressione infastidita di chi avrebbe cose ben pi
importanti da fare e invece  costretto a occuparsi di noiose banalit con un noioso postulante italiano.
Mi innervosii parecchio e pensai che avrei voluto conoscere la lingua per intervenire nella
conversazione e dire a quel tizio che era un idiota testa di cazzo, o qualcosa di simile. Avrei voluto
appoggiare mio padre, cui mi pareva che il tizio stesse mancando di rispetto.
Lui per era tranquillo e aveva unaria stranamente giovane. In albergo si era tolto giacca e
cravatta, perch faceva piuttosto caldo; era spettinato, cosa che non capitava quasi mai, e sembrava che
lodioso impiegato lo mettesse addirittura di buon umore.
Alla fine avemmo i nostri biglietti, e mio padre salut il tizio con una cordialit eccessiva, che
sapeva di presa per il culo.
In strada ci guardammo negli occhi ed ebbi come la sensazione che fosse la prima volta che
accadeva davvero.
 Ora cerchiamo un telefono,  mi disse.  Devo chiamare in facolt per avvertire che domani
non ci sono.
 Lanno prossimo mi iscrivo alluniversit,  dissi, dopo una decina di secondi.
 Lo so. Hai gi qualche idea?
 No. Tu avevi gi deciso, prima dellultimo anno di liceo?
Fece un gesto vago.  Sapevo che avrei studiato Matematica o tuttal pi Fisica sin dalle scuole
medie. Non ho mai preso in considerazione alternative.
Si accese una sigaretta. Mi domandai quante ne fumasse. Troppe, comunque. Camminammo in
silenzio alla ricerca della cabina telefonica.
 E mamma?  chiesi dopo essermi rigirato in testa la domanda per due o tre minuti, indeciso se
farla o no.
 Mamma cosa?
 Sapeva a che facolt iscriversi?
 Credo di s. Ha sempre pensato di studiare Lettere, insomma materie umanistiche. La scelta
della Storia dellarte  venuta durante luniversit. Non ha mai immaginato di studiare, per esempio,
Ingegneria o Medicina.
 Alcuni miei amici sanno cosa faranno alluniversit gi dai tempi delle scuole medie. Mi 
sempre sembrato strano.
 Dipende dal motivo,  disse schiacciando la cicca contro un muro e buttandola in un bidone
della spazzatura.
 I figli dei medici vogliono studiare Medicina, i figli degli avvocati vogliono studiare
Giurisprudenza. Ma che ne sai a dodici anni se sei portato per certe materie, se ti piacciono? Secondo
me vogliono solo imitare i genitori, anzi i padri, perch le madri di questi non lavorano.
 S, spesso non  una buona idea. I miei compagni di scuola che hanno ereditato il lavoro del
padre non mi sono mai sembrati molto felici.
 Sono stato una sola volta nel tuo studio, alluniversit.
 Me lo ricordo. Avevi sei o sette anni. Ci rimanesti male che la mia stanza fosse cos piccola.
Aveva ragione, ci ero rimasto malissimo. Sapevo che mio padre era amico di grandi scienziati
di ogni parte del mondo, dunque doveva essere importante, dunque il suo studio doveva essere
adeguato alla sua importanza. Prima di vederlo me lero figurato come una specie di salone, con grandi
vetrate luminose, munito di imprecisate apparecchiature scientifiche e pieno di libri. Lunico elemento
corretto della mia immaginazione si erano rivelati i libri.
Era una stanza piuttosto piccola, con una sola, normale finestra ed effettivamente piena di
volumi, che erano dappertutto: sugli scaffali, sulla scrivania e anche in pile precarie appoggiate ai muri.
Fu una delusione, ma non lo avrei mai ammesso, e nemmeno avrei mai creduto che mio padre
se ne fosse accorto e, addirittura, che se ne ricordasse a distanza di tanti anni.
Non trovai niente da aggiungere: la normalit di quella conversazione mi sconcertava non poco.
Infilai le mani in tasca e continuai a camminare in silenzio, di fianco a mio padre, fino a quando non
trovammo un telefono pubblico.
Fece un paio di chiamate prima di trovare chi stava cercando: qualche assistente o qualche
impiegato delluniversit. Difficile capirlo: pap dava del lei a tutti. Era diverso da mamma anche in
questo. Lei passava rapidamente e facilmente al tu, quale che fosse linterlocutore: in molte cose
apparteneva a unepoca diversa e successiva rispetto a quella in cui era nata e cresciuta.
 Va bene, adesso siamo in vacanza,  disse mio padre quando ebbe finito.  A volte pensi di
essere indispensabile, che senza di te il mondo crollerebbe o comunque non riuscirebbe ad andare
avanti. Poi capita una cosa come questa e ti accorgi: a) di non essere indispensabile; b) che non essere
indispensabile non  per niente male.
 Che facciamo allora?
 Mutande. Ci servono mutande, questo  vitale. Poi anche camicie e magliette. Cerchiamo un
grande magazzino e spendiamo un po di franchi.
Chiedemmo informazioni a una signora magra, dal mento pronunciato, sorridente e un po
spiritata, che dopo aver scambiato poche parole ci chiese, in italiano, se fossimo italiani. Era italiana
anche lei e si era trasferita a Marsiglia con i suoi genitori subito prima della guerra e abitava l da
quarantacinque anni ma la citt non era pi la stessa era diventata un posto pericoloso sia chiaro che lei
non era razzista ma con tutti quei ragazzi algerini marocchini tunisini Marsiglia non sembrava pi una
citt francese e forse la cosa migliore sarebbe stata andarsene per cerano anche tanti italiani a
Marsiglia e poi litaliano e il marsigliese si assomigliano in qualche modo perch tutti e due parlano
come se cantassero e noi perch eravamo l se non era indiscreta a chiedercelo perch Marsiglia non era
una citt per turisti bellissima per carit ma non proprio adatta ai turisti e anche un po pericolosa se
non si sapeva come muoversi quindi appunto non pensava che fossimo turisti e scusatemi lo so che
sono una chiacchierona ma sono cos contenta quando ho la possibilit di parlare italiano che non mi
fermerei mai.
Mio padre la neutralizz con garbo, efficacia e alcune ben piazzate bugie. Le raccont che
facevamo base a Marsiglia per visitare la Provenza; che avevamo perso un bagaglio e dovevamo
comprare qualche capo di vestiario e alcune altre cose, per questo cercavamo un grande magazzino.
Poteva indicarcene uno, per piacere?
Ce lo indic, ci raccomand di stare attenti a certe zone della citt, di non andare dalle parti del
Vieux Port o del Panier di sera e in realt neanche di mattina, poi ci augur buona vacanza in Provenza:
fra qualche giorno ci sarebbe stata la fioritura della lavanda che era una cosa meravigliosa, ma forse era
proprio per quello che eravamo venuti allora. Concluse dicendo che era molto bello che un giovane
carino come me andasse in vacanza con suo padre, quando di sicuro cerano tante ragazze che
avrebbero voluto stare in sua (cio: mia) compagnia.
Evitai di precisare alla signora che le cose, per quanto mi risultava, non stavano proprio cos, e
se cerano tante ragazze che volevano stare in mia compagnia, dovevano essersi comportate in modo
assai discreto, perch io non me ne ero accorto.
Alla fine riuscimmo a sganciarci, ringraziammo la signora Marta Monicelli  aveva anche
trovato modo di dirci nome e cognome, specificando che, a quanto ne sapeva, non era parente del
regista  la salutammo e ci dirigemmo al supermercato.
Era un bel posto, moderno, di quelli che, allepoca, mi mettevano allegria perch ci si trovava di
tutto. Sbrigammo rapidamente la faccenda vestiario, rifornendoci di camicie bianche e azzurre,
magliette, calze e mutande. Di pantaloni non avrei avuto bisogno, ma pap insistette perch prendessi
un paio di jeans nuovi.
Dallabbigliamento passammo a visitare gli altri reparti: loggettistica, lelettronica, i libri 
comprammo una guida turistica di Marsiglia e dei suoi dintorni  e infine gli alimentari. Pi di ogni
altro mi ricordo il settore dei formaggi, con quegli odori in bilico fra il profumo e la puzza, che ancora
adesso mentre scrivo mi mettono lacquolina in bocca. I nomi sui cartellini allineati sembravano una
filastrocca per bambini o la formazione di una squadra di calcio: Comt, Reblochon, Camembert, Brie,
Roquefort, Chvre, Beaufort, Saint-Nectaire, Cantal, Cancoillotte, Brocciu.
 Mi sta venendo fame.
 Anche a me,  rispose pap.  Questi dovrebbero essere meglio di quella roba gialla che era
nel nostro panino.
 Che facciamo?
 Distinto me ne comprerei tre o quattro, un po di pane e una bella bottiglia di vino rosso e me
ne andrei a mangiare in qualche parco.
 Per?
 Per dobbiamo far passare un sacco di tempo, svegli. Se ci bruciamo cos la cena, la notte sar
davvero lunghissima. Meglio adottare una strategia diversa.
Mi domandai se mio padre avesse sempre parlato in quella maniera, perch avvertivo un
cambiamento. Non solo del lessico  distinto, strategia erano espressioni che non credevo di
avergli mai sentito pronunciare  ma anche nel ritmo e addirittura nellintonazione.
Forse, semplicemente, notavo quello che diceva e il modo in cui lo diceva, dunque mi sembrava
di scoprire qualcosa che in realt era sempre stato l.
 E adesso?
Guard lorologio.  Sono quasi le sette. Andiamo in albergo, ci facciamo una doccia,
leggiamo, diamo unocchiata alla guida. Poi ci mettiamo le nostre camicie nuove e usciamo a cercare
un ristorante migliore di quello di ieri sera. Che te ne pare?
Risposi che andava bene e feci per avviarmi.
 Antonio
 S?
 Tieni,  disse porgendomi il blister con le pillole che gli aveva dato Gastaut. Quelle per stare
sveglio e che non sapevo cosa fossero.  Forse ora puoi prendere la prima. Poi, una ogni otto ore, ha
detto. Comunque tienile tu.
10.
Eravamo stesi sui nostri letti, in mutande e maglietta. Mio padre studiava la guida di Marsiglia,
io leggevo Salinger.
Mi ero portato anche Il nome della rosa. Era uscito ormai da tre anni, lo avevano letto tutti,
piaceva a tutti e proprio per questo, per rispettare il mio personaggio di giovane intellettuale
anticonformista, me ne ero tenuto a distanza, in ci imitando in modo pedissequo il comportamento di
mia madre.
Quando il clamore si era placato, lei aveva comprato il libro in edizione economica, lo aveva
letto e lo aveva addirittura apprezzato, mentre di regola mi sarei aspettato unaltezzosa stroncatura.
Cos anchio mi ero sentito autorizzato a procedere, e al momento di partire lavevo buttato in valigia.
Non lavevo ancora cominciato, per, perch non riuscivo a staccarmi da Franny e Zooey. Mi
riconoscevo, con imbarazzo e fierezza, nella saccenteria dei personaggi. Erano a un tempo immaturi e
profondi, e questo mi sembrava formidabile.
Ritrovavo in loro quello che mi pareva il mio personale stile di pensiero e in alcuni passi avevo
limpressione di osservare proprio me stesso. Cerano i miei difetti  o quelli che mi piaceva pensare
fossero i miei difetti  per rappresentati in un modo che mi permetteva di esserne orgoglioso.
Sottolineavo e copiavo brani e pezzi di dialoghi, e copiandoli me ne impossessavo.
Erano frasi come: non ho praticamente tempo per i pensieri facoltativi; oppure: qualche
opprimente studente di quelli tanto profondi; oppure ancora: labilit era il mio male incurabile1.
Seymour si stava ormai convincendo che leducazione, comunque la si chiamasse, poteva
apparire ugualmente allettante, forse molto pi allettante, se non veniva intrapresa come ricerca della
conoscenza ma come ricerca della non-conoscenza.
 Che sensazione strana,  disse pap senza preavviso, staccando lo sguardo dalla guida di
Marsiglia.
 Cosa?
 Non ricordo da quanto tempo non mi succede di avere davanti due giorni senza nessun
impegno, senza nulla di specifico da fare, senza nessun dovere. Questo,  strano.
Mi voltai verso di lui.  Osservando voi adulti, penso spesso che siate intrappolati da cose di cui
non vi importa niente. Come succede? Quando succede?
Si tir su, passando dalla posizione distesa alla posizione seduta, con la schiena appoggiata alla
testiera del letto. Chiuse la guida, dopo aver piegato un angolo della pagina che stava leggendo per
tenere il segno.
 Stabilire quando  impossibile. Non  il risultato di una discontinuit improvvisa, succede un
giorno dopo laltro, come per effetto di uno smottamento che a volte  impercettibile. Te ne accorgi
dopo anni. Ti carichi di cose superflue, intendo oggetti, impegni, relazioni personali e tutte queste cose
diventano altrettanti fili invisibili che ti avviluppano sempre di pi, appunto un giorno dopo laltro,
come una ragnatela.
Mi tirai su anchio, con un movimento identico al suo di poco prima. Poggiai sul letto il mio
libro, aperto, con la copertina bianca rivolta verso lalto.
 Se uno ne  consapevole, perch non fa niente per liberarsene?
 La trappola  questa, appunto. Lo sai che stai sprecando gran parte del tuo tempo in cose
inutili, eppure non riesci a tirarti fuori. Conosci Kavafis?
 Chi ?
 Un poeta greco, per vissuto quasi sempre ad Alessandria dEgitto. Una sua poesia  proprio
sul tema di cui stiamo parlando. Si intitola: E se non puoi la vita che desideri . Fece una pausa, come
chiedendosi se andare avanti o cambiare argomento. Poi disse:  Hai voglia di sentirla?
 S,  risposi in leggero imbarazzo.
Si tocc il mento, come per concentrarsi e ricordare, ma era chiaro che anche lui era in
imbarazzo a recitare una poesia a suo figlio quasi diciottenne e sconosciuto. Ci addentravamo in
territori ignoti.
Si schiar la voce.
E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in bala del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea2.
I versi rimasero sospesi nellaria, a lungo.
  molto bella,  dissi infine.  Ti dispiace ripeterla? Vorrei scriverla sul mio quaderno .
Mentre parlavo con mio padre in quel modo, cortese e circospetto, mi chiesi cosa stesse succedendo.
Lui la recit di nuovo, lentamente, e io la trascrissi con cura, su una pagina di destra del mio
quaderno quasi nuovo.
Oggi Kavafis  diventato di moda, le sue parole si sono spesso consumate per luso. Ma allora
suonavano in tutta la loro forza, splendente e intatta. Sono ancora l, su quel vecchio quaderno, con una
data dellinizio di giugno 1983.
Il confine fra il prima e il dopo.
 Comunque a Marsiglia ci sono un sacco di cose da vedere. Non sar una citt per turisti, come
ha detto la nostra amica Marta, ma domani non ci annoieremo,  disse pap.
 Per adesso andiamo a mangiare.
 S, hai ragione,  disse scendendo dal letto con un movimento agile.
1. Le citazioni sono tratte da J. D. Salinger, Franny e Zooey, trad. di R. C. Cerrone e R. Bianchi,
Einaudi, Torino 2003.
2. La poesia  tratta da C. Kavafis, Settantacinque poesie, a cura di N. Risi e M. Dalmti,
Einaudi, Torino 1992.
11.
Il portiere dellalbergo ci consigli un ristorante proprio davanti al Vieux Port. Il proprietario
era suo cugino, disse. Gli avrebbe telefonato per prenotare e per raccomandargli di trattarci bene. Cos
avremmo potuto provare la vera, tradizionale cucina marsigliese: in particolare non dovevamo perderci
le panisses fris, la tapenade spalmata sul pane abbrustolito e, naturalmente, la bouillabaisse.
Per andare allo Chez Papa  questo era il nome del ristorante  percorremmo di nuovo la
Canebire.
Era la stessa della sera prima, ma non appariva pi cos ostile e i visi delle persone che la
popolavano sembravano meno minacciosi. Forse dipendeva dal fatto che non era ancora buio e che
avevamo una meta precisa, e indicazioni che non ci facevano sentire dispersi e confusamente in
pericolo.
Il punto in cui avevamo assistito allarresto era tranquillo. Diedi unocchiata per terra, fra i
binari del tram, quasi a cercare tracce dellaccaduto, magari qualche schizzo di sangue conseguenza del
pestaggio, ma non cera nulla.
Mentre camminavamo pensavo al fatto che, con ogni probabilit, non avevo mai davvero
parlato con mio padre. Voglio dire: certo che avevamo parlato, ma sempre  a parte i momenti
dellinfanzia precedenti alla separazione dei miei genitori, di cui non conservavo alcun ricordo  avevo
percepito fra noi impaccio e distacco, quando non condiscendenza. In lui coglievo solo goffi tentativi di
corrispondere a uno stereotipo della figura paterna.
Quando ci incontravamo si sforzava di essere naturale e spontaneo. Com ovvio non ci
riusciva, perch  impossibile essere spontanei a comando. Sii spontaneo  la pi paradossale e
ineseguibile delle ingiunzioni, sia che ce la rivolgano gli altri, sia che lordine provenga da noi stessi.
Daltro canto, a chi gli avesse chiesto dei rapporti con il suo unico figlio, mio padre avrebbe
certamente parlato di una sorda ostilit che era cresciuta nel tempo, che lui non riusciva a capire e
rispetto alla quale non sapeva come comportarsi.
Quello era lo stato dellarte, ormai da anni, ma ne diventai consapevole solo durante la
camminata lungo la Canebire, verso il ristorante Chez Papa.
Ci ricevette monsieur Dominic, il cugino del nostro portiere, preavvisato del nostro arrivo. Ci
fece accomodare a un tavolino con la tovaglia a quadri bianchi e rossi e la vista sulle barche del Vieux
Port. Ce nerano a perdita docchio, attraccate a decine di moli in legno disposti perpendicolarmente
rispetto alle due grandi banchine principali. Molte di queste imbarcazioni erano a vela, e leffetto
dinsieme era di una sterminata distesa di alberi e di sartiame attraverso i quali filtrava in mille raggi il
sole al tramonto. Erano le nove e venti quando spar del tutto dietro la linea lontana dellorizzonte.
Lordinazione fu una faccenda semplice. Prendemmo quello che ci era stato consigliato, con
una caraffa di rosato sfuso della Provenza.
Quando arrivarono gli antipasti, pap riemp il mio bicchiere  per un attimo pensai che me ne
avrebbe versato solo un dito e lavrebbe allungato con lacqua, come quando ero piccolo , poi riemp
il suo e lo alz verso di me, facendone brillare i riflessi. Brindammo e bevemmo: il vino era buono,
freddo e ingannevolmente leggero.
Notando come gustavo la bouillabaisse, si ricord che da bambino non volevo mai il pesce
perch avevo paura delle spine; mangiavo soltanto i bastoncini di merluzzo Findus. Ecco altri due, anzi
tre dettagli imprevisti, contrastanti con lidea che avevo di mio padre. Voglio dire: che a suo tempo si
fosse accorto che non volevo mangiare il pesce, che invece mi piacevano i bastoncini e che se ne
ricordasse.
Finimmo tutto il cibo, svuotammo la caraffa del rosato di Provenza, dicemmo a monsieur
Dominic che avevamo mangiato benissimo  era vero  e chiedemmo il conto.
Ce lo port insieme a un piattino di biscotti e due bicchierini di acquavite offerti dalla casa. I
tavoli adesso erano tutti occupati e cera unatmosfera allegra e tranquilla, come di unaltra epoca,
come se fossimo negli anni Sessanta o anche prima.
Mio padre si guardava intorno, aveva un sorriso fanciullesco.
Prima di quel momento, se mi avessero chiesto di descrivere il suo viso, avrei avuto delle
difficolt. Certo, avrei parlato del naso lievemente pronunciato, degli occhiali, degli occhi scuri, dei
capelli folti e spruzzati di grigio. Ma non avrei saputo dire  perch non me ne ero mai accorto  che
aveva una fossetta sotto il mento, ciglia lunghe e una cicatrice sul sopracciglio sinistro. Comera
possibile che non ci avessi mai fatto caso?
 Cos quella cicatrice?  domandai.
 Quale?  rispose. Poi vide in che direzione indicavo. Se la tocc, come per controllare che ci
fosse ancora. Bevve un po di acquavite e accese una sigaretta.
  successo a causa di tua madre.
 Almeno una volta te le ha suonate.
Mio padre rise. Una risata rapida e vera, prima di rispondere.
 No, no. Me la sono fatta  me lhanno fatta  per causa sua, in un certo senso.
La risata si spense e lasci il posto a unespressione vagamente meditabonda.
 Tanto tempo che non ci pensavo, a questa cosa.
 Che  successo?
 Hai mai sentito parlare di goliardia?
 S, dal professore di educazione fisica delle medie. Aveva studiato Medicina, ma non si era
mai laureato e nei suoi racconti gli anni alluniversit erano let delloro. Con la goliardia era stato
qualcuno. Poi i suoi amici si erano laureati ed erano diventati medici; lui era finito a insegnare
educazione fisica.
 Sai una cosa?
 Cosa?
 A volte, quando ti parlo, sono fermo con la mente a quando eri un ragazzino e mi stupisco che
tu ti esprima in questo modo. Ricercato, adulto, intendo.
Non sapevo cosa rispondere, cos mi limitai ad annuire, che funziona sempre perch il
significato ce lo mette linterlocutore. Lasciai passare una ventina di secondi prima di riprendere.
 E allora? Com la storia della cicatrice?
Sorrise, guardando in lontananza.
 Quando successe il fatto, tua madre era matricola mentre io ero iscritto al quarto anno.
Secondo la terminologia goliardica ero un quattro bolli.
 Che significa?
 Che sul mio libretto universitario cerano quattro timbri, uno per anno accademico. Cera chi
ne aveva anche dieci. Fuoricorso, gente che viveva facendo leterno studente. Molti di loro, come il tuo
professore di educazione fisica, non si sarebbero mai laureati. E, hai ragione, quella sarebbe stata
lepoca migliore della loro vita. Il momento pi divertente, per loro, era linizio dellanno accademico.
 Perch?
 Perch in quel periodo gli anziani, soprattutto i fuoricorso, andavano a caccia delle matricole
per sottoporle a una serie di scherzi pi o meno pesanti e per farsi pagare da bere o, semplicemente, per
farsi pagare. Dal punto di vista giuridico credo ci fossero diversi reati: di sicuro lestorsione. In ogni
caso funzionava cos: i goliardi pi accaniti si appostavano dalle parti dellateneo in gruppi di quattro o
cinque. Individuavano le matricole e le circondavano. Una a una, intendo. La durata degli scherzi e il
loro grado di pesantezza  a volte potevano essere molto pesanti  dipendeva da chi erano i goliardi e
da come si comportava la matricola.
 Nessuno si ribellava?
 Di solito no.  quello che succede nelle caserme, fra gli anziani e le reclute. I nuovi arrivati
sono intimiditi, soli, non conoscono il contesto, lambiente in cui si muovono. Non sanno cosa pu
accadere. In generale le matricole stavano al gioco, che il pi delle volte era appunto un gioco, si
lasciavano prendere in giro e magari malmenare un po, pagavano lobolo e poi era finita.
 Quante volte ti poteva capitare, una cosa del genere?
 Una sola, cera una regola precisa. Alla fine del rituale ti rilasciavano una carta  la
chiamavano: la pergamena  che testimoniava il pagamento. Una specie di salvacondotto. Se venivi
fermato da un altro gruppo di anziani, la esibivi e loro erano obbligati a lasciarti andare. Insomma, in
genere era una cosa piuttosto innocua, e nel giro di qualche giorno era tutto finito. Poi i goliardi si
dedicavano ad altro. Feste, ubriacature, visite di gruppo ai casini, che allora erano ancora aperti e legali.
La parte finale della frase, quella sui casini ancora aperti e legali, gli usc con uninflessione un
po diversa dal resto.
 Poi a volte le cose non andavano cos bene. Magari la matricola non voleva tollerare quei
piccoli  o in qualche caso non piccoli  soprusi. Oppure gli anziani erano pi stupidi o pi cattivi, o
comunque esageravano. Se le due circostanze coincidevano, la faccenda poteva diventare incresciosa.
Lo scherzo pi idiota e pi pesante era quello di prendere la matricola, soprattutto se non stava al gioco,
e buttarla nella fontana. Considera che eravamo a novembre e faceva gi piuttosto freddo.
 Ma anche con le ragazze?
 Dipendeva molto da chi erano i goliardi. Di regola con le donne si contenevano. Di regola.
 E a mamma che successe?
Accese la solita sigaretta, guard da qualche parte in lontananza e ripet le mie ultime parole,
pensieroso.
 A mamma che successe...
Non avevamo mai parlato di mamma, lui e io, e in realt non avevo nemmeno mai parlato di lui
con mamma. Me ne resi conto nel momento in cui cominciava la parte centrale del suo racconto.
Erano le otto e mezza, e pap stava passando davanti allateneo per andare a lezione. Si accorse
di un piccolo assembramento, ud un po di voci concitate e immagin che si trattasse di uno dei
consueti rituali goliardici. La cosa non lo aveva mai interessato e stava tirando dritto, quando si rese
conto che la vittima designata era una ragazza.
Allora si avvicin per vedere meglio. Alzando la voce, la studentessa diceva di lasciarla andare,
che non aveva nessuna intenzione di prestarsi a quella buffonata.
Gli altri, parlando tutti insieme, replicavano che era la regola: doveva versare lobolo, altrimenti
 abbai uno di loro che pareva il capo  ci sarebbero state conseguenze. Cos dicendo aveva fatto
cenno verso la grande fontana. Quella disse che avrebbe chiamato i carabinieri e uno degli anziani le
rispose di stare attenta a come parlava. Nessuno aveva mai tirato in ballo i carabinieri nelle questioni di
goliardia. Il capannello si strinse attorno alla ragazza. Forse vol una spinta. Lei pareva sul punto di
mettersi a piangere.
Ehi, ehi, ma che fate? disse mio padre.
E questo chi cazzo ? disse uno della banda.
Uno che vuol fare leroe, disse un altro.
Vuoi finire nella fontana al posto della matricola? disse un terzo.
Non vi sembra che queste pagliacciate dovrebbero avere un limite? Magari il rispetto delle
donne, per esempio?
Il pi cattivo del gruppo era un tipo basso e muscoloso, studente di Medicina diversi anni fuori
corso, con i capelli a spazzola e un vistoso prognatismo. Faceva pugilato e gli piaceva picchiare,
dettagli di cui mio padre venne a conoscenza solo dopo lincidente. Essendo complessato per la statura,
gli piaceva in particolare attaccare briga con quelli alti. Essendo frustrato per la sua imbarazzante
carriera accademica, gli piaceva sfogarsi con quelli bravi. Con mio padre poteva prendere due piccioni
con una fava, anche se probabilmente non lo sapeva.
Pensi che siccome hai gli occhiali non ti spacco la faccia? disse a mio padre dandogli uno
spintone.
Forse volevi dire: non ti spacchi la faccia? Non si era trattenuto dal correggergli i modi
verbali. Laltro lo guard per qualche istante, spaesato. Quel tizio magro e occhialuto gli stava dicendo
che sarebbe stato lui a spaccargli la faccia? La cosa pareva complessa, dunque decise di semplificarla.
Levati gli occhiali, ricchione.
Mio padre se li tolse. Non aveva esperienza di liti e risse. Forse immaginava che il balordo
avrebbe desistito o si sarebbe limitato a qualche spintone.
Non and cos. Mio padre ripieg gli occhiali e non riusc nemmeno a metterli via che
lenergumeno lo centr con due cazzotti in faccia: uno da una parte e uno dallaltra.
Perch lo fece? Probabilmente perch poteva farlo. La violenza dipende quasi sempre da questa
elementare ragione.
Uno dei pugni atterr sullarcata sopraccigliare sinistra e la spacc.
Quando larcata sopraccigliare si spacca, sanguina molto. Ne segu dunque una scena concitata.
Qualcuno grid, qualcuno chiese aiuto, i goliardi scapparono via. Di quel momento, in cui tutto il
mondo intorno aveva perso nitidezza (capita, con i pugni in faccia), mio padre ricordava solo due cose
specifiche.
La prima erano gli schizzi freddi della fontana, portati dal vento, che gli schiaffeggiavano il
viso e si mischiavano al sangue.
La seconda erano gli occhi di mia madre.
 Ma tu la conoscevi mamma, prima di questo episodio?
 Solo di fama.
 Cio?
 Era molto bella. Lo  ancora. Era famosa per questo.
Se era cos bella, perch te ne sei andato da casa?
Le parole, che naturalmente non avevano troppo senso, mi si materializzarono incontrollate
nella testa, come uninsegna al neon. Lampeggiavano. In realt lampeggiavano da molti anni.
 Per non lavevo riconosciuta subito, nella confusione,  prosegu.
Ci misi qualche secondo a riprendere il contatto.
 E dopo?
 Qualcuno mi accompagn al pronto soccorso. Non mi ricordo chi fosse, forse un impiegato
dellateneo, ma venne anche mamma, e rimase ad aspettare che mi mettessero i punti e mi medicassero.
Poi andammo a berci un caff e fumammo una sigaretta. Insomma,  cos che ci siamo conosciuti.
 Perch non mi avete mai raccontato questa storia?
Mio padre si strinse nelle spalle.  Non lo so. Non  capitato.
 Quanti anni avevi?
 Ventuno.
 E mamma?
 Diciotto.
 E siete stati insieme da allora fino insomma fino a quando vi siete separati?
Tir fuori unespressione molto strana, con un sorriso mesto, di quelli indecifrabili.
 No. Dopo tre anni ci siamo lasciati.
12.
Un pomeriggio  i miei genitori si erano separati da un paio di anni , come al solito, non avevo
voglia di fare i compiti. Cos decisi di prepararmi un panino con qualunque cosa avessi trovato nel frigo
e di concedermi una pausa.
La parola pausa  usata in modo improprio. Essa presuppone che si sia iniziato qualcosa e lo
si sia temporaneamente interrotto, mentre io non avevo ancora cominciato a studiare. Devo ammettere
per che non mi sono mai lasciato condizionare da questi dettagli nominalistici. Ancora oggi sono
perfettamente capace di prendermi una pausa da un lavoro ben prima di cominciarlo.
In cucina la luce era spenta. Laccesi e vidi mia madre seduta al tavolo, con la testa fra le mani e
i gomiti sul piano. Aveva il cappotto addosso, e la borsa era appoggiata per terra. Stava per uscire, ma
qualcosa  un fatto, o un pensiero  laveva fermata, inchiodandola in quella penombra cos familiare e
dun tratto cos paurosa, in una posizione che non le era abituale, con uno sguardo che non le era
abituale.
Limmagine mi turb moltissimo, da farmi tremare le gambe.
Lei si volt verso di me, al rallentatore mi parve, e per qualche istante ebbi quasi limpressione
che non mi riconoscesse. Poi ebbe un sussulto.  Vieni qua, gioia mia.
Mi avvicinai e lei mi prese la mano.  Scusami, scusami tanto, gioia.
 Di cosa, mamma?
 A volte penso di non essere adatta, penso di non essere una brava mamma. Scusami.
Non  vero, non  vero che non sei adatta, avrei voluto dirle.
Avrei voluto dirle che non era colpa sua se pap era andato via di casa. Non era nemmeno colpa
mia, non era colpa nostra. Avrei voluto dirle che ce lavremmo fatta anche senza di lui.
Ma non mi riusc, come tante volte nella mia vita non mi  riuscito di parlare quando era
necessario. Lei si mise a piangere, e anchio mi misi a piangere e rimasi in silenzio e fui capace solo di
abbracciarla, sentendo la lana morbida del suo cappotto rosso sotto le mie mani, e il profumo della sua
pelle, liscia e asciutta, come un talco antico e prezioso.
Si riscosse e mi tolse le lacrime dal viso con la punta delle dita, poi disse che non era niente, che
a volte capitavano dei momenti di sconforto.
E passavano, aggiunse.
Si alz, mi diede una carezza e un bacio sulla fronte e disse che doveva andare, altrimenti
avrebbe fatto tardi.
13.
Cera una sorta di ritmo ambiguo nel racconto di pap. Un attimo sembrava sollevato, perfino
felice di potersi confidare, come se avesse atteso a lungo quelloccasione. Un attimo dopo pareva colto
dal dubbio e si faceva impacciato, quasi reticente. Allora ero costretto a sollecitarlo.
 Mi piacerebbe sentire tutta la storia,  gli dissi durante una pausa.
Lui prese il tovagliolo e pul con cura gli occhiali, che non ne avevano alcun bisogno.
 Ci fidanzammo a qualche mese dallincidente della fontana, e rimanemmo insieme per circa
due anni e mezzo. Avevo ventiquattro anni ed ero da poco assistente ordinario quando ci lasciammo,
diciamo.
 Assistente ordinario?
 Era una figura delluniversit prima della riforma. Dopo la laurea, se il professore ti chiamava
a lavorare con lui, diventavi assistente volontario, che in pratica significava che lavoravi ma non eri
pagato. Poi cerano i concorsi per assistente ordinario. Se ne vincevi uno venivi assunto, pagato e
potevi anche avere incarichi di insegnamento. Il passaggio successivo era professore ordinario.
 Che  quello che siete sia tu sia mamma.
 S.
 Era normale diventare assistente ordinario a ventiquattro anni?
 Non frequentissimo, ma nemmeno eccezionale.
 Quando sei diventato professore?
 A ventotto anni.
 E questo era normale?
 No, in effetti. Prima dei trenta, o anche dei quaranta, era piuttosto raro.
 E perch con mamma avete deciso di lasciarvi? Voglio dire, quando eravate ragazzi.
 Non sono sicuro che sia una buona idea parlarne.
 Tu sei del 32, vero?
 S. Che centra?
 E questi fatti sono accaduti quando avevi ventiquattro anni? Cio nel 1956?
 S?
 Parliamo di quasi trentanni fa. Deve essere successo qualcosa di terribile se non sei sicuro
che sia una buona idea parlarne.
Mi venne bene. Il tono era sarcastico, ma non troppo. Una frase adeguata, da adulto.
Mio padre fece un cenno col capo per darmi ragione. Accese lennesima sigaretta e fu in quel
momento che notai, per la prima volta, come le falangette e le unghie dellindice e del medio della sua
mano destra fossero ingiallite dalla nicotina.
 Va bene, in realt non  del tutto esatto che decidemmo di lasciarci. Fu lei che decise, e io ne
presi atto. Era un pomeriggio di marzo, un venerd, e dovevamo andare al cinema. Ricordo ancora
adesso qual era il film: Lultima volta che vidi Parigi, con Elizabeth Taylor. Era tratto da un racconto di
Fitzgerald, che allora era uno dei miei scrittori preferiti. Passai a prendere tua madre e lei mi disse che
preferiva fare una passeggiata perch voleva parlarmi.
Accenn una risata senza allegria e aggiunse:  Mai stare tranquilli se la tua fidanzata o tua
moglie cambia i programmi per fare una passeggiata e parlare. Arriva di sicuro una fregatura.
Lasci passare qualche secondo.
 In un modo o nellaltro,  concluse, forse dopo avere esaminato le diverse declinazioni del
concetto di fregatura.
 Che ti disse?
 Una frase piuttosto frequente, in questi casi. Ma allora non lo sapevo, che era frequente.
 Cio?
 Che aveva bisogno di una pausa di riflessione. Che presto si sarebbe laureata, che intendeva
fare unesperienza allestero e voleva cercare una borsa di studio. Doveva capire meglio i suoi
sentimenti e non riteneva giusto tenermi vincolato a una situazione che a lei stessa non era chiara. Cose
cos.
 Tu non avevi intuito nulla? Voglio dire: che potesse farti un discorso del genere?
Unaltra risata senza allegria.  I matematici, soprattutto i giovani matematici, tendono a non
accorgersi di dettagli poco rilevanti come la mutevolezza dellanimo umano. Verbosa premessa per dire
che no, non avevo intuito nulla.
 E cosa le rispondesti?
 Sai che  strano? Ricordo benissimo quello che mi disse lei  quello che ti ho raccontato  ma
proprio non ricordo quello che dissi io. Ero troppo sconvolto, non me laspettavo. Credo di averle
chiesto qualche spiegazione, ah s: forse le dissi che mi sembrava una decisione precipitosa. Che
idiozia. Perch mai precipitosa? A me sembrava precipitosa. Lei, era evidente, ci aveva riflettuto sopra
a lungo, quindi la sua decisione era tutto fuorch impulsiva. Ma in quel momento non ero in grado di
dedicarmi a distinzioni tanto sottili.
 E dopo?
Pap non rispose subito. Aggrott la fronte, come se cercasse di riordinare un groviglio di idee
confuse o si chiedesse quanto era opportuno rivelare di quella vecchia storia.
 Mamma non ti ha mai parlato di noi?
Scossi la testa. Era la risposta che si aspettava.
 Ci lasciammo, come aveva deciso tua madre, e io mi ritrovai con il cuore spezzato.
Se qualcuno mi avesse detto, anche solo il giorno prima, che mio padre avrebbe potuto usare
unespressione del genere e per di pi riferita a s stesso, non gli avrei creduto.
 Anche se, sai una cosa? Non riesco davvero a ricordarmi cosera, avere il cuore spezzato. Ho
appena il ricordo sbiadito di unemozione violenta e terribile. Lo so che era violenta e terribile, perch
me lo sono ripetuto tante volte, ma non riesco a rievocarla.
Si interruppe di colpo, quasi fosse arrivato, senza accorgersene, sullorlo di un precipizio.
Spense la sigaretta e non aggiunse altro.
Ma io ormai volevo sapere cosa era successo dopo. Dun tratto mi pareva urgente. Comera
successo, che dopo essersi lasciati da ragazzi, si fossero ritrovati, si fossero sposati, mi avessero messo
al mondo e di nuovo avessero deciso, definitivamente, di separarsi? Cosa era accaduto? Chi lo aveva
deciso, quella seconda volta? Avevo sempre dato per scontato che fosse stato mio padre, ma adesso
molte convinzioni su cui avevo fondato il mio stesso senso di identit  chi ero e perch ero in un certo
modo e di chi era la colpa  perdevano consistenza, diventavano elusive, suggerivano altro.
La piccola cicatrice sullarcata sopraccigliare e la sua storia avevano dischiuso una porta su
stanze nascoste. Era impossibile distogliere lo sguardo da quello che cera dentro, nella penombra. Era
impossibile ritirarsi facendo finta di niente.
 Vai avanti.
Si pass una mano sul viso, in un gesto involontario.
 Sono successe troppe cose per raccontarle qui, adesso. Molte peraltro nemmeno tanto
interessanti.
 Ma quanto tempo dopo vi siete incontrati di nuovo?
 Di incontrarsi, capitava, di tanto in tanto.
 E quando vi siete insomma rifidanzati?
Mi raccont in modo neutro, un po artefatto, che trascorso qualche anno avevano ripreso a
frequentarsi e in pochi mesi si erano sposati. Un resoconto talmente lineare e piatto che pareva
depurato della sua essenza.
In quel momento arriv monsieur Dominic e ci chiese se tutto andasse bene e se volessimo
dellaltra acquavite. Mio padre disse che no, grazie, avevamo bevuto abbastanza, ma pareva contento
dellinterruzione, come se lavesse levato dallimbarazzo di proseguire, e attacc a parlare con loste.
Non capivo bene quello che si dicevano, ma pi o meno indovinai largomento.
Mio padre gli domand cosa potevamo fare dopo cena, se non volevamo andare a dormire.
Quello fraintese: volevamo delle ragazze, forse? Mi parve di cogliere la parola putains, seguita da un
enfatico punto di domanda. Era un po stupito, Dominic, non gli sembravamo i tipi. Mio padre sorrise.
No, no, non cercavamo ragazze. Ci sarebbe piaciuto trovare un locale dove ascoltare un po di musica o
un cinema aperto fino a tardi o qualsiasi altra cosa, perch non volevamo andare a dormire. Aveva
qualche consiglio? Fino a quel punto ero riuscito a seguire. Poi si misero a parlare pi veloce e io mi
persi.
Terminata la conversazione Dominic prese il taccuino su cui segnava le ordinazioni, scrisse
qualcosa a stampatello, strapp la pagina e la diede a pap.
Ci alzammo, gli stringemmo la mano mentre lui diceva qualcosa sul fatto che dovevamo
tornare, magari gi la sera dopo  o almeno cos mi parve di capire  e andammo via.
 Cosa ti ha scritto su quel foglietto?  chiesi quando ci fummo allontanati di qualche decina di
metri dal ristorante, in direzione del molo.
 Lindirizzo di un posto dove fanno jazz. Che ore sono?  Pap non portava mai lorologio.
 Le dieci e mezza.
 Ha detto che non cominciano a suonare prima di mezzanotte. Facciamo passare unoretta da
queste parti, poi ci andiamo.
14.
Passeggiammo sul porto, costeggiando i confini del Panier, ma senza superarli.
I luoghi comunicavano un sentimento ambiguo, che oscillava fra unatmosfera quasi familiare,
come di paese, e un senso di pericolo latente e aspro: qualcosa strisciava, si muoveva silenzioso nei
vicoli, ti guardava senza essere visto.
Ci sedemmo ai tavolini di un bar, per con limpegno a non bere altri alcolici. Gastaut aveva
prescritto di trascorrere due giorni da diciottenne normale, ma convenimmo che nel concetto di
normalit non era incluso che mi ubriacassi di vino e acquavite, anche se sotto la diretta sorveglianza (e
con la partecipazione) di mio padre.
Dunque ordinammo due caff, che furono probabilmente i peggiori del nostro soggiorno
marsigliese, e ricominciammo a chiacchierare. Mi ero disinteressato a tutto ci che riguardava mio
padre per la mia intera esistenza. Adesso minteressava tutto: le domande venivano fuori una dopo
laltra.
 Comeri alla mia et?
 Non lo so. Non sono mai stato capace di parlare di me, voglio dire, in modo attendibile. Credo
sia un fenomeno abbastanza frequente. Se provi a chiedere a delle persone che conosci bene di
descriversi, ti accorgi che quasi nessuno lo sa fare. Nel migliore dei casi tirano fuori qualche stereotipo,
pi o meno ben confezionato. Oppure raccontano le bugie cui hanno bisogno di credere.
 Va bene, ma cera qualcosa che ti piaceva davvero?
 Mi piacevano la musica e la matematica. Sognavo di diventare un pianista jazz e un grande
matematico. Su due aspirazioni, diciamo che me ne  riuscita mezza.
 Che vuol dire?
 Non sono diventato un pianista jazz e sono diventato al massimo un buon matematico.
Fantasticavo di passare alla storia per aver dimostrato il teorema di Fermat, non ci sono riuscito e certo
nessuno si ricorder delle mie modeste intuizioni.
 Dovresti spiegarmi chi  Fermat.
 Era un matematico e giurista francese del Seicento. Nei secoli passati capitava spesso che la
stessa persona fosse giurista e matematico. Una volta un mio amico professore di Diritto civile mi ha
detto che lintelligenza per capire davvero il diritto ha una conformazione molto specifica e molto
simile a quella dei matematici. Ero scettico e lui per convincermi ha citato un grande matematico
polacco, Stefan Banach: diceva che i buoni matematici riescono a vedere le analogie ma i grandi
matematici riescono a vedere le analogie tra le analogie.  una definizione geniale, e il mio amico
diceva che la stessa cosa vale per i giuristi: quelli bravi colgono le analogie, le omogeneit e le
disomogeneit, i grandi le analogie fra le analogie. Insomma sono capaci di portare il discorso su un
livello diverso.
Comunque sia, Fermat ha fatto parecchie scoperte importanti, ma  diventato famoso nei secoli
per un teorema del quale, secondo lui, aveva trovato una dimostrazione meravigliosa. Purtroppo,
scrisse, i margini del libro su cui stava prendendo appunti erano troppo stretti per contenerla. Non so se
lavesse trovata davvero quella dimostrazione, anzi ho molti dubbi in proposito, ma da allora i
matematici di tutto il mondo la cercano senza successo, e a oggi nessuno sa se esista davvero. Per
questo molti preferiscono parlare di congettura di Fermat.
 Non ho capito bene: prendeva appunti sui margini di un libro?
 S, sullAritmetica di Diofanto dAlessandria, che era un matematico ellenistico.
 Questo succedeva nel Seicento?
 Nel 1637, per la precisione.
 E da allora nessuno ha dimostrato il teorema?
 Qualcuno forse ci  andato pi vicino, ma ancora la dimostrazione non c. Considera fra
laltro che gli strumenti algebrici di cui disponiamo oggi sono molto pi sofisticati e potenti di quelli
dei tempi di Fermat.
 Tu ci sei mai andato vicino?
 Ho pensato di esserci andato vicino, per mi sbagliavo. Ci ho provato per ventanni, poi mi
sono arreso: la matematica  uno sport per atleti giovani.
Lasci passare qualche secondo e riprese.
 Qualcuno ci riuscir, prima o poi. Per ora la dimostrazione  stata trovata solo in un romanzo.
 Cio?
 Mi hanno detto che nellultimo libro di Oriana Fallaci  io non lho letto  il protagonista
scopre la dimostrazione ma, siccome  in carcere, in isolamento, senza carta e penna, non pu fissare la
soluzione, non riesce a tenerla a mente e se la dimentica.
  verosimile una cosa del genere?
Mio padre fece unespressione insolita.
 Sai, le vie del genio sono infinite, lintuizione improvvisa  una parte fondamentale della
scoperta scientifica, dunque anche della scoperta matematica, ma diciamo che  molto improbabile che
questa intuizione si manifesti se non  preceduta da una lunga incubazione, che comporta, appunto,
molto lavoro con carta e penna. Comunque, romanzi a parte, ci sono numerosi matematici che hanno
creduto di aver dimostrato la congettura, poi, da soli o con laiuto di qualcun altro, si sono resi conto
che non era cos, che in qualche punto della dimostrazione cera un errore.
 Perch la matematica  cos importante per te?
 Perch era cos importante. Ci sono arrivato davvero solo da qualche anno, pi o meno da
quando ho rinunciato ai miei tentativi sulla congettura di Fermat. Avevo sempre pensato che la ragione
per cui lamavo era che mi dava piacere la bellezza. Non me ne  mai importato niente del possibile
risvolto pratico delle cose che studiavo, delle cose che cercavo di scoprire. Il criterio era la bellezza. La
bellezza pura e semplice.
Si tolse gli occhiali, strizz gli occhi e se li stropicci. Fece il gesto di prendere la sua tazza, ma
dovette ricordarsi di comera quel caff e ferm la mano a mezzaria.
 Poi ho capito che per me la matematica era anche uno strumento per placare lansia, per
combattere langoscia dellesistenza e della sua imprevedibilit. Una difesa dalla paura. In tedesco, cio
una delle lingue pi precise che esistano, con svariati sinonimi per ogni concetto, c una sola parola
per dire ansia e paura: Angst. Ecco: la matematica era una difesa dalla paura, un rimedio al caos e un
modo per addomesticarlo.
Si interruppe. Credo che il mio sguardo fosse parecchio stupito.
 Tutto bene?  mi chiese.
 Non avrei mai pensato che tu potessi dirmi cose del genere.
 Nessuno di noi due avrebbe mai pensato di trovarsi in una situazione simile. Per rimanere in
tema di imprevedibilit e di ingovernabilit.
 Hai ragione, continua.
 A molti matematici piace pensare  anche se di solito non hanno il coraggio di dichiararlo
esplicitamente  che tutto possa essere ridotto in simboli e formule. Io stesso lo pensavo, in modo pi o
meno consapevole: luniverso ha una struttura matematica e si tratta solo di scoprirla.
 Non  cos?
 Non  cos. La matematica non preesiste alle scoperte dei matematici.  una costruzione che
spiega molte cose del mondo, ma non tutte.
Fece unaltra pausa.  Mi segui?
Lo seguivo.
 Ai matematici piace sentirsi superiori. C una storiella, una barzelletta, diciamo, che lo
descrive benissimo.
In quel momento si avvicin un cagnolino bianco a macchie nere, una specie di fox terrier
meticcio. Si lasci accarezzare, scodinzolando dignitosamente, come per mostrarsi cordiale ma senza
nessuna sottomissione.
 Tati, viens ii,  lo chiam una signora dai capelli corti, che sembrava una modella di
Modigliani. Il cane corse via.
 Sai chi era Tati?
 No.
 Un attore comico francese. Una comicit surreale, intelligente.  morto lanno scorso .
Lasci passare qualche secondo.  Piaceva a tua madre.
Il riferimento a mamma rimase sospeso fra noi per un po.
 Va bene, la barzelletta. Ci sono un astronomo, un fisico e un matematico che stanno
attraversando la Scozia in treno. A un certo punto vedono una pecora nera in un prato. Lastronomo
esclama: Interessante, dunque in Scozia le pecore sono nere! Il fisico lo guarda con lieve disgusto:
Le solite generalizzazioni arbitrarie di voi astronomi. In realt lunica affermazione inconfutabile 
che in Scozia c almeno una pecora nera. Il matematico li guarda entrambi sospira e conclude,
didattico: Non so come fare con voi due. Le sole cose che possiamo dire sono che in Scozia c
almeno una pecora e almeno un lato di questa pecora  nero.
Dissi che era buona, con un tono che mi fece sentire adulto. Era buona, conferm lui; di sicuro
laveva inventata un matematico  o al massimo un logico  e rispecchiava con precisione
latteggiamento dei matematici verso gli altri scienziati.
Si accese unaltra sigaretta.
Pensai che cera qualcosa di irrimediabile e tragico nel suo fumare continuo, in quella
manifestazione di debolezza quasi rivendicata e trasformata nel suo contrario. Si intuiva una scelta
deliberata di autodistruzione nella ripetizione di quei gesti sempre uguali: tirar fuori dal taschino il
pacchetto morbido e ammaccato, picchiettare sul bordo superiore, far comparire il filtro ocra,
metterselo fra le labbra, sfregare un cerino, aspirare con noncuranza.
 A volte penso di essere stanco.
 Stanco di cosa?
 Se hai vissuto molti anni della tua vita nel convincimento di essere depositario di un sapere
superiore, quando questo convincimento sinfrange ti ritrovi sperduto. Allimprovviso sembra che non
ti interessi pi niente.
 Ma tu hai un sacco di interessi, ascolti musica, leggi tanti libri.
 Ecco, questo della lettura  un buono spunto.  vero, ho sempre letto molto. Ma
latteggiamento, in profondit, era sbagliato. Pericolosamente sbagliato.
 Non stai esagerando?
 Aspetta, fammi finire. Studiavo e leggevo, per con la convinzione che le cose davvero
importanti fossero altrove. Che la vera conoscenza fosse quella scientifica e in particolare matematica,
e il resto fossero chiacchiere, nel migliore dei casi ingegnose. Affrontavo romanzi, o libri di filosofia,
di politica, di sociologia, con lo stesso spirito con cui certi intellettuali leggono, che so, i romanzi gialli
o quelli di fantascienza. Un passatempo, non vergognoso certo, ma della cui natura  necessario essere
ben consapevoli, innanzitutto con s stessi. Perch le gerarchie siano chiare. Ci sono le cose serie e c
lo svago, pi o meno elegante, pi o meno sofisticato, pi o meno intellettualmente complesso, ma
sempre svago . Te lo concedi con una riserva mentale, anche se si tratta di un saggio di Sartre. Un
passatempo frivolo dellintelligenza prima di tornare alle cose serie. Adesso, per, mi sento come se mi
avessero tolto la sedia da sotto.
Sembrava fragile. Ebbi limpulso di stringergli una spalla, ma non osai.
Lui si massaggi le tempie e socchiuse gli occhi.
 Forse dipende dal fatto che mi sono rivelato al di sotto delle mie aspettative, ma sospetto che
anche se avessi realizzato i miei sogni di gloria matematica, un momento come questo sarebbe arrivato
comunque. Immagino che, banalmente, dipenda dal fatto che divento vecchio e ho paura della morte .
Si interruppe.  Non dovrei parlare con te di queste cose,  aggiunse poi, muovendo la testa come per
dire no con decisione.
 Hai qualcun altro con cui parlarne?
Mi guard, pareva uno che non  sicuro di avere capito bene, che non  sicuro di avere sentito la
domanda.
 No, nessuno,  disse infine.
 Allora parlane con me.
La risposta parve colpirlo, quasi gli avesse fatto intravvedere una soluzione.  Giusto, 
sussurr.  Ne parlo con te . Nella voce non cera alcuna inflessione ironica che alludesse alla
stranezza di quello scambio di battute.
 Ho sempre pensato che non sarei mai diventato vecchio. Mi sembrava impossibile che a un
certo punto della mia vita avrei detto: Ho quarantanni. Ora ne ho pi di cinquanta.
Termin la sigaretta quasi succhiandola, con unaspirazione cos intensa che gli scav due
solchi nelle guance.
 Dovevo morire giovane. Non fisicamente: dovevo morire come matematico. Cambiare lavoro,
lasciare appena cominciavo a rendermi conto di avere esaurito le forze. Per quanto uno sia bravo  io
ero abbastanza bravo  c un momento in cui scopre la propria mediocrit rispetto al talento superiore
o ancor pi rispetto al genio. Uno dovrebbe essere capace di fermarsi, ai confini delle sue possibilit,
ma non succede quasi mai.
 Quando hai scoperto che eri dotato per la matematica?
La domanda suon come un rimprovero: non mi piaceva il suo discorso e non mi piacevano le
cose che diceva.
Lui parve cogliere e il tono si fece meno amaro.
 Sono sempre andato molto bene, sin da piccolo. Per c un episodio preciso. Uno di quegli
attimi in cui ti sembra di scorgere una sorta di predestinazione e che ti piace rievocare.
 Di.
 Avevo da poco cominciato le medie, erano le prime settimane di scuola. Il professore ci
raccont un aneddoto su un famoso matematico del passato, Gauss; una storia di quando era bambino.
Pare che un giorno nella classe di Gauss  che aveva allora nove anni  gli scolari fossero
particolarmente irrequieti. A un certo punto il maestro esasperato ordin loro di sommare tutti i numeri
da 1 a 100. La sua idea era che sarebbero stati occupati per un bel po e lui sarebbe stato tranquillo.
In quel momento un ragazzo e una ragazza della mia et o di poco pi grandi, in sandali e
camicioni, con laria da hippy ci si avvicinarono, ci chiamarono fratelli in inglese  Hi brothers  e ci
chiesero se avessimo una sigaretta. Mio padre prese il pacchetto, ne tir fuori tre o quattro e gliele
diede.
 5050,  dissi quando i nostri sguardi si incrociarono di nuovo.
 Come?
 5050,  il risultato della somma.
 Ah, quindi te lavevo gi raccontata questa storia? Non lo ricordavo.
 No.
 No, cosa?
 Non me lhai raccontata.
Sul viso di mio padre si disegn unespressione di stupore.
 Come hai fatto?  disse lentamente.
Dovetti rifletterci qualche istante.
 Allora, ho visto i numeri disposti su un segmento. Tutti, da 1 a 100. Poi questo segmento si 
mosso, come in un cartone animato e si  trasformato in un cerchio, dove gli estremi, 100 e 1, si
toccavano. A quel punto mi  venuto naturale sommarli: 101. Poi ho visto il diametro del cerchio, che
partiva dal punto esatto fra 1 e 100 e arrivava nel punto esatto fra 50 e 51. Ho sommato anche quelli, ho
visto che il risultato era lo stesso e mi sono reso conto che il numero 100 si divide in 50 coppie la cui
somma  ogni volta 101. Cos ho moltiplicato 101 x 50, cio 100 x 50 + 50.
 Sei capace di tradurlo in una formula?
 Credo di s.
Mi porse il piccolo bloc-notes nero e la stilografica che portava sempre con s e io scrissi: n /2
(n + 1). Poi ci ripensai: n (n + 1) / 2.
 Cos  meglio.
Gli restituii la penna. Lui la tenne in mano come fosse una sigaretta, ero certo che da un
momento allaltro se la sarebbe portata alle labbra.
 Quanto hai preso in matematica il primo quadrimestre?
 Sei.
 Sei. E quanto avrai a fine anno?
 Sei.
 Perch?
 Perch cosa?
 Lo sai cosa voglio dire.
Alzai le spalle. Pap si sporse in avanti.
 Da bambino, nei primi anni delle elementari eri bravissimo. Poi sei passato alle scuole medie
ed  cambiato tutto.
Lui era andato via di casa quando io facevo la quarta elementare e il mio rendimento scolastico
 ottimo fino ad allora  era precipitato, mettendomi quasi a rischio di bocciatura.
Mi ero ripreso con linizio delle scuole medie, assestandomi su una tranquilla mediocrit:
andavo accettabilmente in tutte le materie, prendevo molti sei e qualche sette. Il talento per la
matematica che sembravo avere da bambino era per scomparso.
Lo guardai di nuovo in faccia. Cera una nota di insopportabile, assorta vulnerabilit nel suo
viso. Dovetti distogliere lo sguardo.
 Non hai finito laneddoto, la storia del tuo professore in prima media.
Ebbe un lieve sussulto.  Ah, s. Ovviamente ci disse che Gauss aveva risposto dopo qualche
secondo e chiese se qualcuno era capace di fare altrettanto.
 E tu rispondesti.
 Gi.
 E lui?
 Mi chiese come ci fossi riuscito. Spiegai che mi ero immaginato i numeri come punti disposti
su un segmento e avevo sommato gli estremi: 100 + 1. Poi mi ero reso conto che la somma di 99 e 2
era la stessa dopo  stato facile. La tua soluzione per  pi bella, con il segmento che diventa un
cerchio. Di sicuro centra il disegno.
 Come aveva fatto Gauss?
 Non si sa. Non si sa nemmeno se laneddoto sia vero o sia una delle tante leggende che
circolano attorno ai geni. Comunque, scoprii dopo, il mio professore faceva il test a tutte le prime
medie allinizio dellanno scolastico. A quanto ne so, abbiamo risposto solo in due; non so chi sia stato
laltro.
 Sar stato contento, il professore.
 Disse che mi avrebbe messo nove. In teoria la soluzione in un tempo cos breve avrebbe
meritato il massimo, aggiunse, per se mi avesse messo dieci avrebbe dato per implicito che non cera
nulla da migliorare e avrebbe contribuito a farmi sprecare il mio talento.
Si concentr.
 Non ricordo le sue parole precise, ma il senso era questo: non bisogna buttare via il talento.
15.
Si erano fatte le undici.
 Allora, ti va di andare in questo posto dove suonano?
 S, non ho mai sentito suonare il jazz, magari mi piace.
 Credi di non averlo mai sentito. Il jazz  dappertutto, ha detto qualcuno.
 Qualcuno chi?
Ridacchi.  Io. Ma il jazz  un argomento su cui circolano tanti aforismi. Il pi famoso  di
Louis Armstrong: Se hai bisogno di chiedere cos il jazz, non lo saprai mai.
Tir fuori la cartina e cerc lindirizzo che Dominic ci aveva scritto sul foglietto delle
ordinazioni.
 A piedi ci vorranno una quarantina di minuti. Se vuoi prendiamo un taxi.
 Andiamo a piedi, cos facciamo passare il tempo.
 Dominic ha detto che  una zona un po malfamata.
Mi strinsi nelle spalle.  Anche il porto era una zona malfamata.
Mio padre non fece ulteriori obiezioni e ci mettemmo in cammino, di nuovo lungo la Canebire.
Ormai non cera tanta gente in giro, e forse proprio per questo certe luci al neon sembravano pi
intense, in qualche punto dotate di vita propria.
Passammo davanti a un primo pornoshop; poi a un secondo. Quando ci avvicinammo al terzo,
mio padre mi chiese se volessi entrare.
 Stai scherzando?
 Se tu fossi da solo o con un tuo amico, entreresti?
 S,  risposi, senza finte esitazioni.
 Anchio. Allora tanto vale che diamo unocchiata e ci togliamo il pensiero.
Cos varcammo la soglia. Cera un pesante tendaggio di plastica nera che separava il fuori dal
dentro: un altrove rispetto al mondo reale, unaltra dimensione.
Ricordo tutto come se lavessi davanti in questo preciso momento: lilluminazione era violenta
e fredda, simile a quella degli obitori nei film, e lambiente molto pi grande di quanto uno avrebbe
immaginato. Dallesterno pareva un piccolo negozio, una bottega di pochi metri quadri. Superata la
tenda, invece, si accedeva a un locale ampio e molto profondo. Cerano scaffali alle pareti, espositori
lungo lintera parte centrale e cinque o sei clienti che si aggiravano evitando accuratamente di guardarsi
gli uni con gli altri. Lunico impiegato era un ragazzo magro, dallaspetto ordinario, poco pi grande di
me, che stava dietro la cassa e giocava a scacchi da solo.
Videocassette e giornali erano divisi pedantemente per temi: orge, lesbiche, disciplina, gay,
fruste, animali. Il ricco assortimento di oggettistica era davvero per tutti i gusti; e cerano oli e pomate
che promettevano in quattro lingue diverse spettacolari aumenti di dimensioni  fino a otto
centimetri cera scritto su una scatola corredata di disegni che non si affidavano alla fantasia del
cliente.
Ogni tanto controllavo cosa faceva mio padre. Sembrava a suo agio, si muoveva tra uno scaffale
e laltro, esaminava ogni cosa con attenzione, quasi fosse alla ricerca di spunti per recensire lesercizio
commerciale. A un certo punto prese una frusta  un gatto a nove code, per la precisione  e la prov
colpendosi delicatamente su un avambraccio.
In fondo al locale cerano delle cabine. Mi avvicinai per dare unocchiata: vicino a ogni porta
cera una gettoniera, inserendo cinque franchi si poteva entrare, scegliere un film da un vasto repertorio
(ripartito per aree tematiche, come sugli scaffali) e godersi qualche minuto di visione privata, con le
connesse prerogative.
Su ogni porta cera una scritta: Prire de laisser cet endroit aussi propre que vous dsirez le
trouver en entrant. Siete pregati di lasciare questo posto pulito come desiderate trovarlo entrando.
Mi venne la tentazione di inserire i cinque franchi, anzi avevo gi messo la mano in tasca alla
ricerca delle monete, quando sentii una sequenza di suoni inarticolati, forti e gutturali, come di
qualcuno che si stesse schiarendo la gola con energia. Venivano da una delle cabine e si mischiavano a
respiri affannosi in un rapido crescendo che si concluse con un rantolo piuttosto impressionante.
Qualche istante dopo dalla cabina in questione usc un vecchio che puzzava di sigaretta e
cercava di riabbottonarsi una patta visibilmente macchiata; con ogni probabilit non aveva ottemperato
alla richiesta contenuta nel cartello.
Tirai distinto la mano fuori dalla tasca e mi accorsi che mio padre era vicino a me.
 Forse andiamo?  disse con tono neutro.
Ci dirigemmo verso luscita. Il commesso scacchista non ci degn di uno sguardo; mi chiesi
come facessero a controllare se uno rubava.
Per un po camminammo in silenzio.
 Mi  venuto in mente che quando ero piccolo a volte suonavi il pianoforte,  dissi.  Quello
che  rimasto a casa.
 S,  vero.
 Per non ricordo cosa suonavi.
 Un po di tutto, ma s, soprattutto jazz vecchia maniera.
 Hai studiato musica da ragazzo? Non lho mai saputo.
 Sono andato da un maestro per diversi anni, ma ho imparato a suonare quello che mi piaceva
solo quando ho smesso di prendere lezioni. Negli anni delluniversit con tre amici creammo un
gruppo: pianoforte, batteria, contrabbasso e sassofono. Ci guadagnavamo qualche soldo facendo le
serate nelle sale da ballo, o ai matrimoni. Era divertente. Per anni abbiamo anche parlato di incidere un
disco nostro. Poi ci siamo laureati e ognuno  andato per la sua strada, che non era la musica.
 Componevate?
 S, abbiamo scritto qualche pezzo. Due o tre non erano neanche male, secondo me.
 Da quanto tempo non suoni pi?
 Ogni tanto suono, un poco.
 Ma a casa tua non ce lhai un pianoforte.
Scosse la testa, continuando a camminare.
 E allora come fai?
 Vado da un amico che li vende e mi tengo un po in esercizio. Ne scelgo sempre uno diverso.
 Perch non ti sei portato via il pianoforte?
 Non lo so. Forse lasciare un oggetto al quale si tiene in un posto da cui non si vorrebbe andare
via,  un modo per rimanere legati a quel posto. Per sperare di tornarci. Non lo so.
La risposta mi lasci interdetto. Se aveva deciso di lasciare mia madre e me, cosa significavano
quelle parole?
Non gli chiesi altre spiegazioni: sarebbe stato necessario rendere esplicite troppe cose e io non
ne ero capace. Non ero pronto.
 Ma a te che musica interessa?  chiese mio padre.
 Non sono un grande appassionato. Ascolto i cantautori  alcuni cantautori , il rock, le
canzoni che contengono una storia, o che te la fanno immaginare. Mi interessano pi le parole della
musica.
 Fammi un esempio.
Ci pensai su qualche secondo.  Mi piace molto una ballata di Don McLean, ma immagino che
il nome non ti dica niente.
 Non mi  nuovo. Come sintitola la canzone?
 American Pie. Si ispira a un episodio accaduto nel 1959, un disastro aereo in cui morirono tre
musicisti.  piena di simboli, mi piace ascoltarla perch ogni volta mi sembra di scoprire un nuovo
significato o un episodio nascosto. Dura quasi nove minuti.
 Voglio ascoltarla,  disse, senza nessuna condiscendenza.
 Va bene, quando torniamo ti presto il disco.
Tir fuori un sorriso incerto.
 In effetti io non so quasi niente di te. Non ho idea di quello che vuoi, di cosa ti piacerebbe
fare. Ma forse  cos per tutti i genitori.
 Non lo so quello che voglio. Me lo sono chiesto ed  stato come guardare nel vuoto. Se ti dico
una cosa mi prometti che non ti preoccupi?  roba passata.
 Non mi preoccupo. Prometto.
 Qualche volta ho riflettuto su come devessere suicidarsi.
Non cambi espressione.  In che modo?
 Appunto, quello era il problema. Non trovavo un metodo che mi sembrasse sicuro. Intendo:
che desse la certezza di non soffrire per niente.
 Ti succede ancora?
 No, da un po di tempo.
 Anche a me  capitato.
 Davvero?
 Ai tempi del liceo. Poi una sera, verso la fine delluniversit, mi  successo di parlarne con
alcuni amici. Uno di noi aveva dato lultimo esame e stava per laurearsi. Bevemmo parecchio,
passammo alle confidenze e a un certo punto io confessai di aver pensato al suicidio. Credevo che i
miei amici sarebbero rimasti sconvolti. E in un certo senso accadde, ma non per il motivo che
immaginavo io. Era capitato a tutti e ognuno di noi, invece, era convinto fosse unesperienza rarissima
ed esclusiva.
Rimanemmo in silenzio. Ci sono momenti che si imprimono nella memoria in modo indelebile,
perch accade qualcosa che cambia come vedi il mondo. In un momento, appunto. Laneddoto sul
suicidio mi fece uscire dal cunicolo adolescenziale in cui avevo vissuto fino ad allora. Il cunicolo in cui
pensi che le tue esperienze siano uniche, ineffabili e tragiche, e soprattutto incomprensibili agli altri.
 Un ragazzo della mia scuola si  suicidato un anno fa.
 Lo so, me lo ricordo.
 Davvero?
 Avrei voluto parlarne, ma non sono stato capace. Lo conoscevi bene?
 No, solo di vista. Un paio di volte ci eravamo trovati insieme a giocare a pallone dietro la
scuola.
 Si  mai scoperto perch lo ha fatto?
Allargai le braccia.  Nessuno ha capito niente.
 Ci sono dei cortocircuiti, nella testa e nellanima delle persone, che nessuno riuscir mai a
individuare. Provando a spiegarli si rischia di impazzire,  disse lui prendendo di nuovo le sigarette.
 Forse potresti fumare un po meno?
Lo dissi tutto dun fiato, stupendomi di averlo fatto.
Lui mi guard per qualche secondo. Poi rimise in tasca il pacchetto e i fiammiferi.
Eravamo arrivati a un incrocio. Mio padre si ferm per dare unocchiata alla cartina. In giro non
cera pi nessuno.
 Da questa parte,  disse indicando una via alla nostra sinistra.  Dovremmo essere quasi
arrivati.
16.
Isolato dopo isolato la citt si era trasformata; e adesso era una periferia semideserta con poche
auto parcheggiate qua e l. Cerano cortili pieni di erbacce e rifiuti, cattivi odori, edifici sbarrati e
spettrali, case popolari che parevano disabitate, con rare, fioche luci alle finestre, alte recinzioni
diroccate dietro le quali si intravvedevano capannoni industriali dismessi. Ovunque aleggiava un senso
di desolazione e di abbandono.
Un piccolo branco di cani attravers la strada: il capo era un pastore meticcio e guidava il
corteo, gli altri lo seguivano in fila, disciplinati, come in una specie di coreografia che mi ricord la
copertina di Abbey Road. Scomparvero a uno a uno infilandosi in un vicolo, dissolvendosi nel buio, e
qualche istante dopo mi domandai se li avessi visti davvero.
 Sei sicuro che sia il posto giusto?
Mi mostr la piantina. Il nome della via che stavamo incrociando corrispondeva a quello scritto
da Dominic sul foglietto.  Dovrebbe essere di l, ma certo  una zona strana per un club musicale.
 Io comunque prendo questo,  dissi raccogliendo da terra un tondino di ferro arrugginito, di
quelli per il cemento armato. Lui parve sul punto di dirmi qualcosa  non fare sciocchezze, lascia quel
coso, roba del genere  poi dovette pensare che, considerato il contesto, armarci non fosse unidea del
tutto sbagliata.
Continuammo a camminare. Pass un taxi che ci super e si ferm a un centinaio di metri di
distanza. Ne scesero tre persone che entrarono da qualche parte, mentre la macchina si allontanava
velocemente, come se lautista non volesse restare nei paraggi un minuto di pi.
 Forse  l,  dissi.
 Credo anchio,  rispose mio padre avviandosi.
Il cancello socchiuso dava su un cortile in fondo al quale cera un basso fabbricato con
uninsegna verde e violetta: En Fusion. Buttai via il tondino e ci avvicinammo. Di fianco alledificio
erano parcheggiate delle macchine, davanti allingresso stazionavano due tizi dallaspetto poco
rassicurante. Uno era grande, grosso e grasso, con la faccia liscia di un budda vizioso; laltro il suo
contrario: magro, scuro, con braccia muscolose che parevano corde di cuoio. Entrambi avevano laria
di persone con cui non hai voglia di litigare.
Ci chiesero se avessimo linvito. Mio padre rispose che no, non avevamo un invito, non
sapevamo che fosse necessario, ma era stato Dominic di Chez Papa a suggerirci di andare l, per sentire
la musica.
Levocazione di Dominic funzion. Si scambiarono uno sguardo; il grosso, che sembrava il
capo, annu. Il magro ci fece pagare cento franchi ciascuno, senza il rilascio di alcun biglietto, e ci
lasci passare.
Era un ampio spazio con poca luce e molte persone; finestre spalancate, odore di ghisa, di fumo
e di umanit. Su un lato cera un bar con un bancone di legno e segatura per terra tutto intorno;
sullaltro, accostato a un muro di mattoni consumati dal tempo, un palco dove proprio in quel momento
stavano salendo i musicisti.
Pap si accese una sigaretta.
 Un posto strano, vero?
 Un posto strano, s.
 Io berr qualcosa, ma forse  meglio che tu
 Anchio. Gastaut ha detto di fare tutto quello che farebbe un diciottenne normale, dobbiamo
rispettare le prescrizioni mediche.
Mio padre alz le mani, in segno di resa. Andammo al bar e prendemmo due cocktail 
perroquet si chiamavano  fatti con pastis, sciroppo di menta verde, acqua e ghiaccio. Il tipo di
bevanda fresca e piacevole che butti gi come certe bibite dellinfanzia e che poco dopo ti confonde le
idee e ti fa tremare le gambe.
Osservai la gente. Erano tutti pi grandi di me, ma cerano tante ragazze e alcune erano giovani
e alcune erano belle e alcune avevano gonne e pantaloni attillati ed erano allegramente sguaiate, e io mi
chiesi cosa poteva succedere in quella lunga, infinita notte che avevo davanti e anche in tutte le altre
della mia nuova vita  perch in quel momento pensavo che avrei avuto una nuova vita  e mi dissi con
allegria che mi sentivo bene e che non era male non dormire, che forse uno poteva imparare a farne a
meno per sempre perch cos il tempo sarebbe diventato molto pi lungo e interessante.
I musicisti sul palco si alternavano. Ogni quarto dora cambiava il batterista o il sassofonista o il
bassista o la tromba. Erano tutti uomini, a parte una ragazza che per un po suon la batteria con occhi
spiritati e lespressione che sembrava nascondere una colpa segreta. Solo il pianista rimaneva sempre lo
stesso: un tizio in camicia bianca, cravatta nera e Borsalino grigio tirato indietro per lasciare scoperta la
fronte. Prima di ogni pezzo accendeva una sigaretta, la aspirava un paio di volte e la lasciava a
consumarsi sul posacenere, il fumo che disegnava ghirigori letali davanti alla sua faccia.
Era una jam session, mi spieg mio padre.
  quando dei musicisti si ritrovano a suonare senza un programma predeterminato, a volte
senza nemmeno conoscersi, e si alternano e improvvisano su degli standard.
 Cos uno standard?
 Giusto. Uno standard  come dire un pezzo jazz molto famoso che col tempo  diventato
un classico, una cosa che suonano tutti. Un tema, una specie di griglia musicale su cui simprovvisa.
Una forma.
Si liber un tavolino proprio davanti ai musicisti e andammo a sederci l. Mio padre aveva
ragione: credevo di non aver mai ascoltato il jazz. Voglio dire: non lo avevo mai ascoltato
deliberatamente, ma fra le dissonanze, gli assoli, i botta e risposta, le citazioni, riconoscevo qualcosa.
Lui sembrava felice, non trovo una parola meno banale per dirlo. Quando attaccavano un nuovo
brano diceva titolo e autore. Poi ascoltava concentrato, tenendo il ritmo, accompagnando con un
movimento del capo i passaggi meglio riusciti.
Adesso a suonare erano in quattro: piano, batteria, contrabbasso e tromba. Il batterista aveva i
capelli lunghi e grigi, legati in uno chignon, e si guardava intorno come in cerca di qualcuno che non
cera. Sudava molto e ogni tanto si passava un asciugamano sul viso.
Quello che suonava il contrabbasso era alto e bello, guardava diritto davanti a s e sembrava
timido. Abbracciava lo strumento come uno sposo la moglie in una foto di altri tempi.
Il trombettista era un nero sulla cinquantina, con la pelle butterata e lo sguardo pieno
dinguaribile tedio: nessuno sa le cose che ho visto, e comunque non ho voglia di raccontarle. Era l ma
non gliene importava niente. Non gli importava niente di niente, lunica cosa era la musica che stava
suonando, le note che sinnalzavano languide e laceranti e ipnotiche mentre lui chiudeva gli occhi e le
vene del collo gli si gonfiavano e sembrava che con la sua tromba andasse alla ricerca di unidea
nascosta, da qualche parte, nellaria. Sembrava andasse alla ricerca di una regola segreta, la regola del
tutto.
Mio padre tamburellava sul tavolino con la mano aperta e batteva con il piede sul pavimento.
Guardava i musicisti  in realt guardava soprattutto il trombettista  e un vago sorriso gli aleggiava
sulle labbra.
 Io non capisco, ma quello che suona la tromba dovrebbe essere il pi bravo,  dissi a un certo
punto.
  cos. Gli altri suonano, anche abbastanza bene, per  lui che ha davvero lintenzione.
Stavo per chiedergli cosa volesse dire, cosa fosse lintenzione, ma pap continu a parlare.
 Il pezzo sintitola So What,  di Miles Davis. Uno dei pi grandi geni musicali di questo
secolo. Anzi, possiamo togliere di questo secolo. Uno dei pi grandi geni musicali di tutti i tempi.
Uno che ha cambiato la storia della musica.
Proprio in quel momento  o forse dopo, ma la memoria tende ad aggiustare i ricordi, per dare
loro pi senso e ordine di quanto ne avessero i fatti cui si riferiscono  un tale sal sul palco e si
avvicin al pianista. Gli sussurr qualcosa allorecchio e quello, dopo aver preso da terra il suo
bicchiere, si alz scusandosi con gli altri musicisti, fece un breve inchino al pubblico, si abbass il
cappello sulla fronte e si allontan fra qualche applauso. Gli altri smisero di suonare mentre lo stesso
tipo che aveva parlato al pianista si rivolgeva al pubblico  a noi  chiedendo se ci fosse qualcuno che
voleva sedersi al piano.
Nessuno si fece avanti, allora ripet linvito due o tre volte, senza esito.
Mio padre si mosse sulla sedia, cambiando posizione, come se avesse avuto limpulso di alzarsi,
ci avesse ripensato e si fosse detto: non fare sciocchezze, professore, lascia perdere.
 Vuoi andare?  chiesi sottovoce.
 No, no. Meglio di no,  rispose sottovoce.
 Perch meglio di no? Voglio dire, se sei capace, perch non vai?
 Meglio di no,  disse di nuovo, tenendo gli occhi fissi sul palco e sul seggiolino vuoto del
piano.
 Vai,  e, senza nemmeno rendermi conto di quello che stavo dicendo, aggiunsi:  Sarei
contento di sentirti suonare.
Lui si volt piano verso di me e mi fiss negli occhi per vedere se aveva capito bene. Poi annu,
si alz e fece un cenno con la mano richiamando lattenzione del tizio sul palco.
Mentre camminava verso il pianoforte mi venne paura che non fosse allaltezza. Aveva suonato
da ragazzo ai matrimoni e alle feste studentesche, si esercitava di tanto in tanto con dei pianoforti a
prestito; insomma, nel migliore dei casi era un dilettante, e forse io lavevo mandato a fare una figura di
merda davanti a sconosciuti francesi che non avrebbero avuto nessun problema a fischiarlo e a
umiliarci.
Perch non ero stato zitto?, mi chiesi. Con la cannuccia succhiavo il ghiaccio sciolto sul fondo
del bicchiere e avevo la sensazione che stesse per accadere qualcosa di irreparabile.
Pap si sedette, subito dopo si rialz e sistem lo sgabello ruotando i pomelli, prov un paio di
accordi, stir i muscoli del collo, prov ancora guardando la tastiera. Poi alz la testa, rivolse uno
sguardo, uno per uno, agli altri musicisti.
 So What, a va?  disse il trombettista.
 a va,  rispose mio padre, e cominciarono a suonare senza aggiungere altro.
Allinizio era circospetto. Capivo poco di musica e nulla di quella musica in particolare, ma
avevo limpressione che suonasse qualche nota in meno, che fosse un po contratto, che procedesse per
tentativi alla ricerca del punto di sintonia. Alla ricerca del punto dingresso.
Poi, a poco a poco, i tasti parvero liberarsi, i suoni del piano parvero diventare pi pieni e ricchi,
e cominci a dialogare con gli altri come qualcuno che entra educatamente in una conversazione gi
cominciata.
Osservavo in modo quasi spasmodico ogni suo gesto: era tutto cos estraneo alla mia immagine
di lui, cos misterioso.
In qualche momento chiudeva gli occhi, in qualche momento oscillava avanti e indietro. Le sue
mani erano agili e veloci: il loro movimento comunicava un senso di essenzialit che era molto bello,
come una metafora ben riuscita, un ideale di stile, un modo di essere nel mondo.
Suonavano da una decina di minuti e il trombettista stava facendo un assolo quando su un lato
del palco riapparve il pianista con il Borsalino. Rimase l ad ascoltare, sorridendo. Mio padre lo vide e
fece un cenno col capo come per dire: ok, ti ho visto, adesso ti lascio il tuo posto. Laltro rispose con un
gesto come per dire: continua a suonare. Mio padre sorrise.
Il trombettista se ne accorse  dunque non era cos assente come mi era sembrato  lanci una
serie di note conclusive, si volt verso mio padre e gli cedette il passo. Vai, tocca a te, diceva la
rotazione misurata ed essenziale che il nero butterato fece con il corpo, con il capo, con la tromba: un
segno di rispetto per il pianista dilettante che aveva avuto il coraggio di salire sul palco e suonare con
loro.
E pap suon da solo. Io non lo avrei confessato nemmeno a me stesso, ma ero orgoglioso e
fiero di lui, e avrei voluto dire a chi mi stava vicino che il signore alto, magro, dallaspetto elegante che
era seduto al piano e sembrava molto pi giovane dei suoi cinquantun anni, era mio padre.
Quando fin, inseguendo il senso di ci che aveva suonato in due scale conclusive e
malinconiche, scoppi un applauso pieno di simpatia. E anchio applaudii e continuai a farlo finch non
fui sicuro che mi avesse visto, perch cominciavo a capire che esistono gli equivoci e non volevo che
ce ne fossero in quel momento.
Negli anni a venire avrei ascoltato parecchio jazz nelle sue diverse manifestazioni e forme.
Avrei imparato concetti di cui quella notte a Marsiglia non sapevo nulla: variazioni, parafrasi,
dissonanze, cluster, cromatismi, interplay, improvvisazione modale, free jazz.
Ma tutto quello  poco o molto  che capisco davvero del jazz lo imparai quella notte.
17.
Decidemmo di rientrare a piedi, come eravamo arrivati. Avremmo potuto chiamare un taxi, ma
ci dicemmo che, per far passare il tempo, camminare era meglio che andare in macchina.
 Far passare il tempo. Che frase idiota. Ci pensa da solo il tempo a passare, non ha nessun
bisogno di aiuto,  disse mio padre1.
 A volte penso alle frasi fatte, mi domando da dove vengono. Alcune sono davvero assurde.
Per esempio: lamico del giaguaro. Che vuol dire?
 Credo nasca da una vecchia barzelletta, ma non me la ricordo.
  una frase che ho sempre odiato. Forse perch la ripeteva di continuo una professoressa delle
medie che detestavo.
Vidi il tondino che avevo lasciato per terra al nostro arrivo e, dopo averci pensato qualche
secondo, lo raccolsi.  Cos, per sicurezza.
Come prima, non disse niente. Stavolta senza nemmeno pensarci su.
 Sul passare del tempo mi  capitato di leggerne una molto buona,  disse dando un calcio a
una bottiglia di plastica.
 Qual ?
 Si  fatto tardi molto presto.
Ridacchiai, ma non avevo let per capire appieno la micidiale esattezza e la verit di quella
breve frase.
 Non mi sarei mai immaginato che suonassi cos,  dissi dopo un paio di isolati.
 Me la stavo facendo sotto, quando sono andato a sedermi. Poi per fortuna non  andata male.
Quello era uno dei miei pezzi preferiti.
 Nemmeno pensavo che il jazz mi sarebbe piaciuto.
 E invece?
 Invece s, anche se non saprei spiegare perch.
 Il bello del jazz  nellimperfezione. Imperfezione nel senso etimologico del termine.
 Non ho mica capito.
 Perfetto viene dal latino perficere, cio compiere. Imperfetto, in senso etimologico,  ci che
non  compiuto. Lincompiutezza distingue il jazz da ogni altro genere musicale. Nella musica classica,
per esempio, lo spartito contiene tutte le note da suonare. Linterprete lo legge e suona le note scritte,
nessuna di meno ma anche nessuna di pi. Linterpretazione sta tutta nei modi, diversissimi fra loro, di
suonare esattamente le note del compositore. Nel jazz lo spartito  solo il punto di partenza.
 Centra con quello che mi hai detto prima a proposito degli standard? C una griglia e poi i
musicisti improvvisano?
 Esatto. Si parte dallo standard, cio dalle note scritte sullo spartito, per andare alla ricerca di
altre cose. Altre cose che non sai, prima di iniziare. Lesecutore  anche il compositore del pezzo che
sta eseguendo.
 Hai detto che quello della tromba aveva lintenzione. Che significa?
Si accese una sigaretta e rallent un po il ritmo della camminata, come per concentrarsi meglio,
per raccogliere le idee.  Ecco, questo  uno di quei concetti per cui valgono le parole di santAgostino
a proposito del tempo. Se nessuno me lo domanda, lo so. Se voglio spiegarlo a chi me lo domanda, non
lo so pi.
Riprese a parlare dopo aver finito la sigaretta.  Possiamo metterla cos: lintenzione  dove si
vuole arrivare suonando un pezzo. Anzi, per essere pi precisi,  il dove si vuole arrivare ma anche il
come ci si vuole arrivare.  la destinazione, ma anche la strada. Ci possono essere molti tipi di
intenzione: seria, drammatica, frivola o arguta o spiritosa. Non sono capace di spiegarlo meglio.
 Il trombettista sembrava molto serio.
 Era molto serio.
Incrociammo un tizio in pigiama con un grosso mastino al guinzaglio. Uomo e cane ci
guardarono sospettosi: era evidente che non appartenevamo a quei luoghi, dunque che ci facevamo l a
notte fonda?
Io guardai lorologio e mi domandai se stesse portando in giro il cane per lultima passeggiata
della notte o la prima della mattina. A proposito del concetto di tempo.
 Come stai?  mi chiese mio padre dopo un altro paio di isolati.
 Benissimo. E tu?
 Bene, anchio. Non mi sento per niente stanco.
Erano le due e quaranta, camminavamo rapidi ed eravamo entrambi svegli e di buon umore. In
qualche modo cominciavo a intuire i misteri della citt in cui ci muovevamo ormai da tante ore. Mi
sembrava di percepirne gli spazi nascosti, le vite segrete, le finestre dove le ombre delle persone
passavano per un attimo e sparivano per sempre. Scorgevo, nelle linee spezzate di quelle vie, la cifra
nascosta della mia vita presente e soprattutto di quella futura.
Pap aveva gli occhi leggermente offuscati e unespressione assorta, ma anche leggera.
 Che dici, ci siamo persi?  gli chiesi.
 Credo di s.
 Controlliamo la cartina?
 Che ce ne importa? Tanto non abbiamo impegni,  rispose con una sfumatura di allegra follia
nella voce.
Lo guardai per qualche istante, per capire se parlasse sul serio. Non parlava sul serio ma
nemmeno scherzava, conclusi.
 Qualcuno ha detto che non sapersi orientare in una citt non significa molto, ma smarrirsi in
una citt come ci si smarrisce in una foresta  una cosa da imparare.
Cos cercammo di imparare a perderci. In breve ci colse una leggera febbre dellanima:
pensavamo in modo diverso, vedevamo cose  dentro e fuori di noi  di cui altrimenti non ci saremmo
mai accorti.
 A volte mi interrogo su cosa significhi davvero essere liberi,  dissi di punto in bianco.
 Io credo che la libert non esista al di fuori di una certa dimensione di rischio, di insicurezza.
Libert  equilibrio precario,  essere un po fuori posto.
 Mi piace questidea del sentirsi fuori posto.
 La dicevamo con tua madre, tanti anni fa.
Poi passarono parecchi minuti in cui si sentirono solo il leggero sibilo del suo respiro di
fumatore, il rumore ovattato e sporadico di qualche auto che passava e spariva, il rintocco dei nostri
passi.
 Sembra che l ci sia un bar aperto,  dissi vedendo uninsegna accesa in lontananza.
 Allora andiamo a prenderci un caff.
 Ok.
 Quello lascialo fuori, per,  disse indicando il tondino che ormai portavo con disinvoltura,
come unarma dordinanza.  In caso di controversie sar meglio affidarci alle nostre doti dialettiche.
1. La battuta di dialogo  ripresa da G. Carofiglio, N qui n altrove. Una notte a Bari, Laterza,
Roma-Bari 2008.
18.
Il posto non era accogliente. La luce era fredda e cruda, alle pareti cerano manifesti di
calciatori dellOlympique Marsiglia, della Nazionale francese di calcio e di tizi in tuta e guantoni da
boxe che si scambiavano calci in faccia  Savate championnat national franais 1981, cera scritto, o
qualcosa di simile; su uno scaffale in alto, vicino ai manifesti, erano esposte alcune coppe.
Dietro il bancone di vecchio legno sudicio, con il piano di marmo, cera un tipo dellet di mio
padre, che sembrava una versione da bassifondi di un personaggio di Hanna-Barbera, un Ranger Smith
un po torvo e con la barba di due giorni. Su un lato del locale cerano alcuni tavolini di metallo, che un
tempo dovevano essere stati azzurri.
A uno di questi erano seduti tre tizi. Davanti a s avevano dei bicchierini con un liquido
ambrato; fumavano grosse sigarette senza filtro e discutevano animatamente e ad alta voce.
Vedendoci si zittirono per qualche secondo. Mio padre chiese al padrone se potevamo sederci e
quello fece un cenno di assenso col capo e, in uno sforzo evidente di cortesia, anche un gesto con la
mano a indicare uno dei tavolini liberi.
Ordinammo due caff. Il barista chiese se volessimo anche la correzione di pastis. Mio padre ci
pens su e disse che era meglio di no, aggiungendo che dovevamo restare svegli. Per qualche
misteriosa ragione la risposta piacque a Ranger Smith, che tir fuori quasi un sorriso.
 Pap, ci stavo pensando: sono io che devo stare sveglio. Perch non andiamo in albergo e non
dormi un poco? Io mi metto a leggere, sto benissimo.
 No. Se non ti controllo potresti addormentarti anche tu e saremmo punto e daccapo.
Stavo per replicare ma lui prosegu.
 E comunque non ho voglia di dormire. Mi piace stare sveglio. Ho sempre vissuto il sonno
come un dovere: essere autorizzato a farne a meno mi d un senso di libert.
Non cera molto da aggiungere, dunque cambiai argomento.
 Allora bisogna decidere cosa fare domani, cio oggi, fra qualche ora.
 Che ore sono?
 Le tre e un quarto.
Il barista ci port i nostri caff e ci chiese se fossimo italiani. Gli dicemmo di s e lui divent
subito pi amichevole. Ci disse che suo nonno era di Sorrento, che lui si chiamava Gerard Iaccarino e
che, anche se era nato a Marsiglia e non era mai stato nel nostro Paese, si sentiva mezzo italiano.
Parlava una lingua mista che riuscivo a capire anchio.
Lanno precedente, nella finale dei mondiali, aveva tifato Italia, dopo che in semifinale la
Germania aveva rubato la partita alla Francia ai calci di rigore. Il pi forte giocatore dellItalia, secondo
lui, non era Paolo Rossi, ma Claudio Gentile, e lItalia aveva vinto i campionati perch aveva la
migliore difesa del mondo.
 Che sport  quello?  chiesi indicando i manifesti con i tizi in guantoni che si prendevano a
calci in faccia.
Savate, rispose. Uno sport nato a Marsiglia. Era come la boxe ma valeva usare anche le gambe.
Uno degli atleti sul manifesto era suo figlio, vice campione di Francia nel 1981.
Entrarono quattro ragazzi che parlavano concitati, uno sullaltro, come se fosse appena accaduto
qualcosa su cui avevano opinioni molto divergenti. Il signor Iaccarino torn al suo posto dietro il
bancone.
Non ricordo come finimmo sullargomento del sesso, ma a un certo punto chiesi a mio padre se
potevo fargli una domanda personale.
 Prego.
  molto personale.
 Se  troppo personale ti dir che non mi sento di rispondere.
La precisazione mi piacque. Solo che adesso dovevo farla, la domanda molto personale. E
concepirla a voce alta non era facile.
 Mi chiedevo cio volevo chiederti a quanti anni sei stato con una ragazza, per la prima
volta.
Prese un lungo respiro. Lasci passare una decina di secondi, forse anche di pi.
 Avevo diciannove anni,  disse infine. Lespressione era di uno che non ha terminato la
risposta. Rimanemmo in silenzio per un po.
Non avevo mai parlato di questo argomento con i miei amici. Alcuni, come me, non erano mai
stati con una ragazza. Nel senso di farci lamore. Altri ci erano stati e mi vergognavo di chiedere loro
comera, come ci si doveva comportare e tutto il resto. Temevo di fare la figura del poveraccio; temevo
di essere preso in giro; temevo che potessero parlare di me come di un patetico fallito che a quasi
diciottanni non era ancora stato con nessuna, che faceva domande morbose e si masturbava come un
tredicenne.
Dopo un rapido calcolo mi resi conto che se la cosa era successa quando pap aveva diciannove
anni, non era successa con mia madre. Questo rendeva la conversazione meno difficoltosa.
Lui riprese, come se avesse riordinato le idee.
 Quasi tutti i miei amici erano gi stati con una donna, io ero rimasto fra i pochi a non avere
fatto lesperienza.
Non immaginavo che, ai tempi di mio padre, a diciannove anni, tanti avessero gi avuto la loro
prima volta. Ci sono un sacco di luoghi comuni, mi dissi. Uno pensa sempre che ai tempi dei genitori la
maggior parte delle persone abbia provato il sesso, per davvero, in occasione del matrimonio. Che tutto
fosse meno libero, insomma.
 Eravate stavate insieme? Era una coetanea?
Abbozz un sorriso. Pensai che avrebbe preso il pacchetto di sigarette e ne avrebbe accesa una,
ma non lo fece.
 Non era cos facile, allepoca, che uno che una ragazza avesse rapporti sessuali completi
prima del matrimonio. Per gli uomini era diverso: cerano le case di tolleranza le case chiuse.
Era ovvio, ma io non me lero nemmeno lontanamente immaginato. Lidea che mio padre
avesse frequentato delle puttane mi pareva inconcepibile. In realt non riuscii a figurarmela neanche
dopo quelle parole: la possibilit anche solo linguistica di accostare mio padre alla parola puttana era
assurda.
 La cosa ti mette a disagio?
Fui sul punto di mentire, poi mi dissi che sarebbe stata una mancanza di rispetto, un modo per
tornare indietro rispetto al punto inatteso cui eravamo arrivati.
 Un po. A essere sincero non me laspettavo.
 Gi, metterebbe a disagio anche me. E mi ha messo a disagio per tanto tempo, laver fatto una
cosa del genere. Prima che accadesse dicevo che non sarebbe mai accaduta. Dopo mi sono chiesto a
lungo come fosse stato possibile.
 Ma come funzionava? Cio uno andava in uno di questi posti, bussava, entrava e cosa diceva?
Io non avrei mai trovato il coraggio. Non troverei mai il coraggio, credo.
 Neanchio lavrei trovato. Mi ci portarono degli amici. Mi dissero che era normale, anzi
necessario, perch cos avrei imparato e non avrei corso il rischio di fare brutte figure quando mi fosse
capitato di andare con una donna non a pagamento.
Cal il silenzio. Il passaggio successivo sarebbe stato: raccontare lepisodio. Ma forse non
eravamo pronti a un simile passaggio. Forse non lo saremmo stati mai.
 Comera insomma lei
 Normale. Un po grassa, ma normale. Assomigliava alla portinaia del palazzo vicino al mio.
Ci assomigliava cos tanto che per qualche istante pensai che fosse proprio lei. Il tutto dur tre o quattro
minuti.
A quel punto si accese la sigaretta e dopo un paio di boccate i lineamenti gli si rilassarono un
poco.
 Per molto tempo ho pensato che, se fossi potuto tornare indietro, non sarei andato in quel
bordello. Per molto tempo mi sono tormentato nella nostalgia di quella prima volta che non avevo mai
avuto, qualcosa che avrei potuto ricordare con tenerezza invece che con vergogna. Tante volte non ci
rendiamo conto che le cose che facciamo per la prima volta sono punti di non ritorno. Nel bene e
soprattutto nel male. Se sono sbagliate, nessuno ce le restituir mai pi.
Fin di bere il caff, fum.
 Sai, non avrei mai pensato di raccontare questa storia. E ancora meno di raccontarla a mio
figlio.
 A mamma lo hai mai detto?
 Qualche mese dopo esserci fidanzati  la prima volta, intendo  capit il discorso sulle case
chiuse. Cera un grande dibattito, in Parlamento e nel Paese, sulla possibilit di abolirle, cosa che poi
accadde, credo nel 1958. Tua madre manifest tutto il suo disprezzo per i bordelli, per quelli che li
gestivano e soprattutto per i frequentatori.
 Me la vedo,  risi.
 Disse che un uomo che va con una prostituta o  un miserabile o  inadeguato. O  entrambi.
Io provai a replicare che era un po semplificatorio, un po troppo tranchant Tanti uomini, per
generazioni e generazioni, avevano fatto il loro tirocinio sessuale  chiamiamolo cos  con una donna
pi grande. Una governante a volte, o appunto una prostituta. Questo significava che erano tutti,
generazione dopo generazione, miserabili o inadeguati, o miserabili e inadeguati?
 E lei?
 Ovviamente non ci fu verso, non dico di convincerla, ma nemmeno di attenuare la sua
posizione. Lo sai meglio di me quanto pu essere drastica nei giudizi. Insomma, alla fine della
conversazione dissi, come sempre, che era libera di pensarla come credeva, che solo mi sembrava fosse
un po troppo radicale, che i chiaroscuri sono necessari, che neppure a me piaceva lidea del corpo
delle donne trattato come merce, per non condividevo il suo estremismo. Cose cos. Insomma cercai
di mantenere la mia posizione, ma non vedevo lora di cambiare discorso. Non credo che, in ogni caso,
le avrei mai raccontato la mia esperienza. Ma quella conversazione chiuse per sempre ogni possibilit
di toccare largomento con lei.
Capivo quello che voleva dire. Soprattutto su certe questioni mamma non era incline alle
sfumature e poteva essere molto tagliente. Lo sapevo bene, eppure il modo in cui pap mi stava
raccontando quella vicenda apriva un nuovo scorcio non solo su di lui, ma su lui e lei. Sullequilibrio 
lo squilibrio  dei loro rapporti, sulle relazioni di forza che li animavano.
 Antonio.
 S?
 Non raccontarle questa storia, non voglio che la sappia.
 Non lo farei mai.
 Lo so, ma mi  venuto di dirtelo lo stesso.
Se una settimana prima  o anche due giorni prima  qualcuno mi avesse detto che mio padre
era stato con una prostituta ne sarei rimasto disgustato. Adesso invece non sapevo decifrare i miei
sentimenti rispetto a quella rivelazione. Provavo un misto di stupore, curiosit e qualcosa di simile alla
tenerezza.
Ero molto confuso, e lui non parlava. Poi capii che stava aspettando che io ricambiassi la
confidenza, che gli dicessi di me.
 Io non sono mai stato con una ragazza, cio non ho mai avuto un rapporto completo. A volte
penso che non mi succeder mai.
 Capiter presto, e allora le tue preoccupazioni di adesso ti sembreranno cos strane.
Accese una sigaretta.  Hai mai fumato?
 Mai toccato una sigaretta. Tu quando hai cominciato?
 Da ragazzini fumavamo gi, compravamo le sigarette sfuse.
 Cio?
 Non eri costretto a comprare il pacchetto. Potevi andare dal tabaccaio e chiedere, che ne so,
cinque sigarette, e lui te le metteva in una bustina di carta bianca e sottile. La cosa  durata fino agli
anni Sessanta, poi le sigarette sfuse furono vietate perch si diceva che favorissero il fumo dei
ragazzini. Il che era vero, in effetti.
 Non hai mai provato a smettere?
Sorrise, ignorando la domanda. Pensava ad altro.
 Non mi  mai piaciuta davvero nessunaltra donna, dopo tua madre,  disse come riprendendo
un discorso interrotto da molto tempo.
19.
Un giorno avevo sentito i miei genitori parlare di un loro collega professore universitario  uno
importante, un rettore o un preside  che aveva lasciato la moglie per una studentessa.
Sapete, quelle occasioni in cui gli adulti parlano convinti che i bambini non li sentano, e che se
li sentono non capiscano di cosa stanno parlando? Tutti quanti da piccoli abbiamo ascoltato almeno una
conversazione del genere, dunque dovremmo saperlo che funziona cos. Invece diventati adulti ce lo
dimentichiamo e pensiamo che i bambini siano sordi o scemi, e lasciamo che sentano e capiscano  o
fraintendano  cose che non avremmo voluto sentissero e capissero. E tantomeno fraintendessero.
Quel dialogo mi colp molto: un uomo di cinquantanni, dunque parecchio pi grande di mio
padre allepoca dei fatti, si era fidanzato con una ragazza di venticinque.
Conoscevo quel professore: pi di una volta era stato a cena da noi, con sua moglie. Era un tipo
piccolo e rotondo, pieno di sussiego, con barbetta brizzolata e occhiali dalla montatura sottile che, non
so per quale motivo, mi suscitavano una grande antipatia. Se avessi dovuto classificarlo in unet della
vita, dal mio punto di vista di bambino delle elementari, avrei detto che era quasi un vecchio: uno pi
vicino alla categoria dei nonni che a quella dei genitori.
Il problema principale, mi parve di capire da quello che dicevano mamma e pap mentre io
fingevo di leggere un albo dellUomo Ragno, era che pu anche capitare di separarsi e divorziare,
ma non sta bene per un professore universitario fidanzarsi con una sua allieva. Non era la prima volta e
non sarebbe stata lultima, aggiunse a un certo punto mia madre con tono conclusivo. Questo fu il
concetto che mi rimase impresso, una specie di rivelazione su come vanno le cose nel mondo: gli
uomini molto adulti  diciamo quasi vecchi  e in particolare i professori universitari lasciano le mogli
per fidanzarsi con le studentesse; ci  molto riprovevole, ma purtroppo accade con una certa
frequenza.
Due anni dopo o poco pi, mio padre and via di casa.
Tutto si svolse in modo assai civile: mamma e pap mi convocarono in sala da pranzo e mi
dissero che a volte capita che marito e moglie, anche se si vogliono bene, sentano il bisogno di una
pausa per stare da soli e riflettere.
 Ma vuol dire che state divorziando?  chiesi, cercando di dominare il panico, in una pausa del
fiume di parole con cui avevano riempito il silenzio di quel pomeriggio di ottobre. La parola divorzio
mi era sempre apparsa arcana e un po inquietante. Esotica. Una cosa che riguarda gli altri, altrove.
Loro scossero la testa quasi allunisono e simbarcarono in una sottile  e per me allora
incomprensibile  disquisizione sulle differenze fra divorzio e separazione. Loro non stavano
divorziando, si stavano solo prendendo una pausa; ecco, diciamo che era una separazione temporanea
per superare alcune difficolt. Ma dovevo stare tranquillo, per me tutto sarebbe rimasto uguale. Pap
andava per un poco a stare in una casa diversa, io avrei continuato a stare l con mamma ma sarei stato
libero di andare da lui quando volevo, sarei stato libero di stare con luno o con laltra in base a quello
che desideravo e via discorrendo. Sarei stato libero.
Le differenze sostanziali e giuridiche fra gli istituti del divorzio, della separazione e della pausa
di riflessione non mi furono chiare.
Mi fu molto chiaro, invece, che mia madre e mio padre stavano dicendo parecchie bugie, che
tutto non sarebbe rimasto uguale e che, in concreto, mio padre se ne andava di casa proprio come il suo
collega con la barbetta brizzolata e gli occhiali dalla montatura odiosa.
Dunque lasciava mia madre  e me  per una sua studentessa poco pi che ventenne. Ne fui
certo dal preciso momento in cui termin il discorso della sala da pranzo, anche se non cera nessun
elemento concreto per pensarlo. Anzi, il fatto che non avessero menzionato in alcun modo un motivo
specifico per quella pausa di riflessione, mi convinse che tale ragione specifica ci fosse e che non
volessero rivelarmela. E non volevano rivelarmela perch era qualcosa di disdicevole, se non di
vergognoso.
Cominciai cos a nutrire una sorda ostilit nei confronti di mio padre. Ma anche di mia madre,
per una ragione diversa e complementare.
Lui aveva fatto una cosa scorretta e immorale; lei daltro canto aveva fatto una cosa
inopportuna e irritante: si era comportata con troppa civilt e accondiscendenza. Lui se ne andava,
compiendo un gesto che lei stessa, tempo prima, aveva considerato inammissibile, e lei era cos serena,
cos accomodante? Doveva arrabbiarsi, doveva fargliela pagare, doveva fargli sentire quanto fosse
ingiusta la sua condotta.
Neanche per un secondo, nelle settimane, nei mesi e negli anni che seguirono fui sfiorato dal
dubbio che la mia interpretazione fosse solo la fantasia di un bambino arrabbiato e infelice per la
dissoluzione della sua famiglia.
Fu del tutto irrilevante il fatto che negli anni non trovassi nel piccolo appartamento di mio padre
alcun indizio, non dico della presenza ma anche solo del passaggio di unaltra donna. Questa assenza 
pensavo con fanatica convinzione  era un chiaro sintomo delle cautele che adoperavano per non farsi
scoprire.
Con ladolescenza, e con quello che mi successe, smisi di pensare alla fantomatica, giovane
fidanzata di mio padre, ma la mia ostilit verso di lui non scomparve. Cessai solo di esserne
consapevole, divent un rancore a bassa intensit, un rumore di fondo della coscienza, qualcosa di cui
ti accorgi soltanto se dun tratto cessa, lasciando il posto al silenzio o a un suono differente.
La frase di mio padre  Non mi  mai piaciuta davvero nessunaltra donna  pronunciata
quella notte, in quel bar, in un luogo imprecisato di una citt sconosciuta, non quadrava con ci che
avevo sempre immaginato sulla separazione dei miei genitori.
20.
Uscimmo dal bar verso le quattro e mezza, dopo aver assaggiato i croissant caldi e pieni di
burro appena arrivati da un forno nelle vicinanze.
Ci facemmo spiegare dal signor Iaccarino dove fossimo e che direzione prendere per tornare al
nostro albergo. Se lui si chiese come o perch fossimo capitati dalle sue parti, non lo diede a vedere.
Cinsegn la strada  se mi fossi affidato al mio intuito sarei andato esattamente dalla parte opposta ,
specificando che a piedi ci avremmo messo almeno tre quarti dora. Se volevamo, aggiunse, poteva
provare a chiamarci un taxi, ma non era sicuro che sarebbe venuto a quellindirizzo.
Dicemmo che no, grazie, avremmo fatto volentieri una passeggiata, lo salutammo e ci
mettemmo in cammino.
Laria fuori era fresca, quasi pungente. Ogni tanto, passando davanti a vecchi portoni
semiaperti, venivamo colpiti da zaffate di muffa, umido e pip.
 Vedo che non calpesti i tombini,  disse a un certo punto mio padre. Sorrideva nella
penombra.
 Come?
 Scansi i tombini. Anchio lo facevo, da ragazzo, nel percorso da casa alluniversit quando
avevo un esame.
Aveva ragione. Era unabitudine che avevo preso  non so perch  da qualche anno; ormai mi
veniva spontaneo. La consideravo una bizzarria personale e segreta, una delle tante cose per cui,
secondo me, ero diverso dagli altri.
 Perch?  chiesi.
 Per lo stesso motivo tuo. Una piccola superstizione privata, quasi tutti ne abbiamo. Ci sono
quelli come noi che evitano i tombini, quelli che ci mettono il piede sopra deliberatamente, facendo
attenzione a non toccarne i margini. Poi ci sono quelli che evitano i cordoli dei marciapiedi, quelli che
attraversando le strisce pedonali camminano solo sulla parte di asfalto non tinteggiato e cos via.
 E tu quando andavi a dare gli esami
 Evitavo i tombini. A volte mi dicevo che era un comportamento assurdo, una superstizione
addirittura peggiore di quelle sui gatti neri, sulle suore, sul sale rovesciato a tavola. Mi dicevo che era
roba indegna di una mente razionale e matematica come la mia. Eppure per quattro anni non ho mai
pestato un tombino nel tragitto da casa alluniversit nei giorni desame: ero troppo preoccupato che
potesse accadere qualcosa di spiacevole, non volevo correre il rischio. Gli antropologi lo chiamano
pensiero magico.
 Pensiero magico?
 S,  il meccanismo mentale per cui vediamo significati dove non ce ne sono, immaginiamo
inesistenti rapporti di causa ed effetto e siamo convinti di influenzare la realt attraverso i nostri
pensieri o attraverso azioni simboliche o rituali. Il pensiero magico  il principio su cui si basa la
credenza nel malocchio o nei portafortuna. Non so se mi sono spiegato.
 Ho capito, s. Non passo sotto una scala perch credo che questo potrebbe causare una
sventura, ma fra il passare sotto la scala e leventuale sventura che dovesse capitare non c nessun
rapporto di causa ed effetto, se non nella mia immaginazione.  tutto nella mia testa.
 Bravo. La superstizione ci riguarda tutti. C un bellissimo aneddoto su Niels Bohr, uno dei
pi grandi scienziati di tutti i tempi. Pare che sulla porta dingresso della sua casa di campagna avesse
attaccato un ferro di cavallo. Un giorno uno studente and a trovarlo e vedendo il ferro rimase
stupefatto. Professore, ma lei crede davvero che un ferro di cavallo sulluscio di casa porti fortuna?
No,  rispose Bohr,  certo che non ci credo. Ma pare funzioni lo stesso.
Sembrava contento di potermi raccontare aneddoti e spiegare delle cose. Soprattutto sembrava
contento del fatto che glielo permettessi. Non succedeva da quando ero bambino.
Mentre il cielo cominciava a schiarire, le strade cominciavano a popolarsi. Gente che correva,
operai con la faccia assonnata e piccole borse a tracolla con il pranzo, garzoni che consegnavano il
pane, spazzini al lavoro, poliziotti e infermiere; e superstiti della notte in fuga verso i propri rifugi,
prima che la luce del giorno li incenerisse. Uno di loro, passandoci accanto, scatarr e ci rivolse un
sorriso indecifrabile.
Mio padre e io avevamo smesso di parlare e camminavamo di buon passo da una decina di
minuti quando ebbi una percezione improvvisa, simultanea e vertiginosa, mai provata prima e
pochissime volte in seguito: mi sentii parte di una moltitudine essendo allo stesso tempo capace di
contemplarla, come dallalto di una torre.
Persone, sempre pi numerose con lavanzare dellalba, sciamavano per vie e vicoli e strade e
corsi e piazze: si univano e si dividevano e disegnavano forme in moto perpetuo, come certi stormi di
uccelli nel cielo. Tutti insieme, mio padre, io, gli spazzini, gli operai, i teppisti, i poliziotti, le
infermiere, i criminali, i garzoni, i disperati, formavamo un unico gigantesco organismo di cui io solo
ero consapevole.
Arrivammo in albergo che oramai era giorno. Lascensore era in avaria, ci disse il portiere,
sarebbero venuti a sistemarlo verso le sette e trenta. La nostra stanza era al quarto piano. Salimmo a
piedi e quando arrivammo al pianerottolo mio padre aveva laffanno e per qualche istante ebbi paura.
Poi pass.
 Adesso dobbiamo stare attenti,  disse spalancando le finestre su palazzi che si coloravano di
rosa per la luce del primo mattino.
 Attenti?
 Dobbiamo riposare un poco ma non dobbiamo addormentarci. Vai a farti una doccia e prendi
una di quelle pillole.
Ubbidii. Lacqua tiepida era piacevole e quando finii presi la pasticca anche se, dissi, non ne
avevo bisogno, perch mi sentivo bene e non avevo nessuna voglia di dormire, e anzi ero impaziente di
uscire di nuovo per vedere quali avventure ci avrebbe riservato  a me e a mio padre, insieme  la
giornata che stava cominciando.
Mentre lui andava a farsi la doccia e la barba, tirai fuori il walkman e una delle cassette che
avevo preparato apposta per il viaggio. Ricordo ancora adesso la playlist, come si ricordano le
formazioni delle squadre di calcio per cui abbiamo tifato da bambini.
Romeo and Juliet, Private Investigations, Ragazzo dellEuropa, Should I Stay or Should I Go,
Under Pressure, Caterina, Always on My Mind, nella versione di Willie Nelson.
Mi stesi sul letto, misi gli auricolari e feci partire la musica.
Non so a quale pezzo mi si chiusero gli occhi, ricordo solo mio padre in accappatoio che mi
scuoteva delicatamente per una spalla.
 Non cera bisogno della pillola, eh?
 Non stavo dormendo, stavo sentendo la musica
 Certo, e io stavo facendo sollevamento pesi. Vai a metterti di nuovo sotto la doccia, con
lacqua fredda, stavolta. Poi usciamo a fare colazione e stiliamo un programma per la giornata.
21.
Dopo la colazione tornammo in camera per riposare un poco. Stesi sui letti, ma svegli.
 Ho studiato la guida,  disse mio padre.
 S?
 Pare che prima di tutto non possiamo perderci Notre-Dame-de-la-Garde:  la chiesa che si
vedeva dal porto, quella in alto, illuminata, non so se ci hai fatto caso. A parte ledificio, da l dovrebbe
esserci un panorama bellissimo sulla citt e sulle isole. Poi dobbiamo assolutamente vedere le
Calanques.
 Cosa sono?
 Formazioni geologiche: fiordi e falesie, subito fuori Marsiglia. Si pu prendere un battello al
Vieux Port e fare un giro di tre ore. Che ne dici?
Sbadigliai profondamente, mi stirai. Mi sentivo abbastanza bene e la pillola aveva cominciato a
fare effetto.
 Daccordo, da dove iniziamo?
 Andiamo in taxi a Notre-Dame-de-la-Garde, visitiamo la chiesa e ci godiamo il panorama. Poi
scendiamo al porto e cerchiamo lattracco e la biglietteria per il giro delle Calanques.
Mezzora dopo eravamo sul taxi; mio padre chiacchier con il tassista per tutto il tragitto. Fra le
cose che stavo scoprendo di lui cera anche questa inattesa loquacit, questa disponibilit a parlare con
le persone interessandosi a loro. Mi chiesi se fosse sempre stato cos e io non me ne fossi mai accorto, o
se fosse un effetto di quella situazione stranita che stavamo vivendo.
Parlavano un francese fitto e veloce e non capii quasi nulla della conversazione, a parte il fatto
che il tassista era originario della Bretagna, che detestava i beurs  i figli e i nipoti degli immigrati
nordafricani  ormai padroni della citt e che sarebbe andato via da Marsiglia, se solo avesse potuto.
Notre-Dame-de-la-Garde era un edificio di dimensioni impressionanti, in marmo, di stile
neoromanico, collocato sul punto pi alto della citt. Erano le otto e mezza, laria era limpida, tutta
Marsiglia era ai nostri piedi, il mare brillava in lontananza come una promessa.
 L sono le isole Frioul,  disse mio padre consultando la guida e indicando col dito un piccolo
arcipelago molto vicino al vecchio porto.  Sulla pi piccola c lo Chteau dIf.
Impiegai qualche secondo per mettere a fuoco il luogo e il nome.  Ma sarebbe quello del Conte
di Montecristo?
 S.  stato una prigione fino allinizio del secolo.
 Non credevo esistesse davvero, pensavo fosse un luogo di fantasia.
 Invece esiste. Il romanzo comincia proprio qui,  disse mio padre.
Il conte di Montecristo, che avevo letto due volte, prima nella versione adattata per bambini poi
in quella integrale, era uno dei miei romanzi preferiti. Mi piacevano le avventure dingiustizia, sopruso
e vendetta, mi ci immedesimavo totalmente, e quella che mi piaceva pi di tutte era appunto la storia di
Edmond Dants. Nel mio modo vorace e distratto di leggere non mi ero per mai soffermato sul fatto
che il romanzo fosse ambientato in parte a Marsiglia, cio il luogo reale nel quale in quel momento mi
trovavo fisicamente. Provai una sensazione esilarante, come se di punto in bianco mi avessero dato
lopportunit di visitare Smallville, o Topolinia, o Gotham City.
 Peccato non avere la macchina fotografica,  dissi guardando il panorama in tutte le direzioni.
 Peccato, s. Ma chi poteva pensare che ci servisse?  rispose mio padre, e la frase mi rimase
impressa come una massima misteriosa, come una profezia.
Gironzolammo attorno alla chiesa, osservammo la gigantesca statua della Madonna collocata
sul campanile, studiammo la citt da ogni angolazione e quando ne avemmo abbastanza  i panorami,
anche i pi belli, dopo un poco diventano stucchevoli  riprendemmo un taxi per scendere al Vieux
Port.
Al baracchino della biglietteria per le gite in battello alle Calanques cera una signora rotonda,
con un grande seno molto in vista e lespressione amichevole. Parlava in un modo lento e piacevole,
scandendo le parole, e io capivo quasi tutto. Dopo avere staccato i biglietti ci diede uno sguardo e ci
chiese se avessimo i costumi. Non li avevamo, rispose mio padre. Perch, era anche possibile fare il
bagno? Certo che era possibile, rispose lei. Ci avrebbero portati in calette dallacqua limpidissima  pi
bella che in Corsica, precis con una nota di orgoglio  e sarebbe stato un peccato sprecare loccasione.
Se volevamo, cera il tempo di andare in un negozio che lei poteva indicarci, l vicino, e
comprare quello che ci serviva.
Fu cos che andammo a munirci di costumi da bagno, ciabatte, teli da mare. Comprammo anche
una buffa borsa decorata con pesci e cavallucci marini.
Stavamo tornando alla banchina quando a un tratto mio padre si ferm.
 Che c?  gli chiesi.
Sorrideva in modo insolito, vago e quasi stupito.
 Lo sai che mi sto divertendo?  disse.
Quella frase mi spezz il cuore. Riuscii solo ad abbozzare un sorriso e a fare un cenno col capo.
 Anchio,  dissi, ed era vero. Non mi ero mai divertito cos tanto in vita mia.
A bordo eravamo una decina di persone, oltre al marinaio, un tizio grande e grosso, con barba e
avambracci tatuati. Cerano una famiglia francese  padre, madre e due bambini silenziosi  e un
gruppo di turiste tedesche vestite di tutto punto come per unescursione nei boschi. Ci cambiammo
nella piccola cabina dellimbarcazione, indossando con un certo orgoglio i nostri costumi da bagno
marsigliesi. Il mare era calmo, con leggerissime increspature su cui la luce del sole produceva uno
scintillio in continuo mutamento che, per ragioni inesplicabili, mi fece pensare alleternit.
 Chi lavrebbe mai detto che a Marsiglia ci fossero dei posti cos belli. Praticamente in citt, 
disse mio padre dopo una mezzora di navigazione, osservando le falesie bianche e ocra che
precipitavano in mare con pendenze vertiginose. Portava i copri-occhiali scuri sopra le lenti da vista, un
congegno che rimandava ai tempi in cui acquistare lenti da sole graduate era un lusso. Con
quellaccessorio cos fuori moda, la camicia bianca e il costume da bagno a calzoncini pareva il
personaggio di un film degli anni Sessanta.
Aveva ragione, la costa era di una bellezza da levare il fiato. Lazzurro intenso del cielo
disegnava, per chi era capace di vederle, forme capovolte che si incuneavano fra le cime aguzze delle
scogliere. Alcune rocce sembravano sfidare la forza di gravit: macigni enormi poggiati su spigoli o
punte, in equilibrio precario e perfetto, come le immagini di certi cartoni animati. In alto, grotte
ciclopiche, primordiali; in basso, costoni giganteschi che digradavano come scivoli fin dentro il mare.
Lontano si vedevano delle persone stese al sole ma non si capiva come fossero arrivate in quei
punti perch alle loro spalle cerano solo scogliere scoscese. Mio padre lo chiese al marinaio e quello
rispose che cerano dei sentieri, ma bisognava conoscerli molto bene perch erano ripidi e pericolosi,
ed era successo pi di una volta che escursionisti inesperti fossero morti precipitando gi dalle scarpate.
In alcuni tratti passammo cos vicini alle pareti da poterle toccare con le mani. Erano alte anche
centinaia di metri e incutevano un senso di reverenza quasi religioso.
Eravamo in navigazione da pi di unora, il sole batteva forte, quando entrammo in una piccola
calanque dove il mare era verde e trasparente. Il marinaio gett lancora e disse che chi voleva poteva
fare il bagno.
Ci tuffammo da poppa, quasi contemporaneamente, di piedi e turandoci il naso con le dita.
Lacqua era fredda e limpida e nuotammo insieme fino a una spiaggetta di ciottoli e ghiaia. Tornammo
indietro quando il marinaio ci fece grandi cenni per dire che dovevamo ripartire.
Ero un bambino piccolo, lultima volta che eravamo stati al mare insieme, mio padre e io.
La Calanque de Morgiou, che era pi grande delle altre, aveva un porticciolo con delle barche e
un piccolo villaggio di pescatori. Mio padre chiese se si poteva fare una passeggiata a terra. Il marinaio
rispose che non era previsto, ma, se volevamo, ci avrebbe fatto scendere e due ore dopo avremmo
potuto prendere limbarcazione successiva. Lui avrebbe avvertito il suo collega che cerano due
persone da recuperare.
Dunque ci sbarc sul molo, salutammo senza rimpianto gli altri escursionisti con cui non
avevamo scambiato nemmeno una parola e ci avviammo verso il villaggio.
Il posto sembrava quasi disabitato, anche se cera un piccolo bar aperto. Entrammo a prendere
un caff e il proprietario ci indic la strada per raggiungere in cinque minuti una caletta dove, disse, il
mare era splendido e non cera quasi nessuno. Mio padre gli chiese quanto fosse lontana Marsiglia via
terra e lui rispose, con una nota di orgoglio, che l era Marsiglia, nono arrondissement. Questo non
significava che si potesse andare a piedi in centro; il Vieux Port era lontano una quindicina di
chilometri. Per eravamo a Marsiglia e, concluse, un mare cos non lo avremmo trovato in nessunaltra
citt dEuropa.
Seguimmo le sue indicazioni, ci arrampicammo per qualche minuto e ridiscendemmo nella
caletta.
 Be,  davvero bellissimo,  dissi io guardandomi attorno.
Sulla spiaggia cerano soltanto cinque persone: tre ragazzi con zaini e barbe, sudatissimi, che
evidentemente erano arrivati l via terra, e due donne accampate  con seggioline, una borsa frigorifero,
addirittura un tavolino  allombra di un pino che cresceva sulla roccia bianca, cinque o sei metri pi in
alto.
Cera tutto lo spazio che volevamo, cos stendemmo i nostri asciugamani sulla spiaggia di
ciottoli, a una decina di metri dalle due donne; i ragazzi erano sullaltra estremit della cala e la quiete
era quasi irreale. Rocce calcaree scendevano in mare quasi dappertutto a strapiombo, punteggiate da
pini e macchie di arbusti in molte sfumature di verde.
In lontananza sintuiva la presenza dei sentieri vertiginosi di cui aveva parlato il marinaio: di
tanto in tanto minuscole figure umane li percorrevano, sbucando dalla macchia e avventurandosi in
bilico sullabisso.
Trascorremmo unora entrando e uscendo dallacqua mentre il sole diventava sempre pi caldo
e verticale. A un certo punto mio padre disse che era meglio stare un po allombra, per non rischiare di
scottarci. Cos prendemmo le nostre cose, ci spostammo dove stavano le due donne, sotto il pino di
Aleppo, e chiedemmo il permesso di metterci l vicino a loro.
Una delle due rispose in discreto italiano:  Dovete pagare il biglietto.
La guardammo, entrambi interdetti.
Lei, rimanendo serissima, continu:  Dovete darmi una sigaretta, altrimenti non potete . Poi
scoppi a ridere.  Sto provando a smettere e non le compro. Ma vi ho visto fumare e mi  venuta una
voglia terribile,  disse invitandoci con un gesto a prendere posto vicino a loro.
Laltra subentr e disse qualcosa, in francese, ridendo, ma con tono di rimprovero.
Pap rise anche lui e porse il pacchetto alla prima che aveva parlato.
 Cosa ha detto?  chiesi.
 Ha detto che la sua amica ha smesso di fumare, ma solo le sue sigarette.
Ci sistemammo. Mio padre poggi il pacchetto con laccendino fra i nostri asciugamani e le
loro seggiole e disse di servirsi quando volevano, senza bisogno di chiedere.
 Come mai parla italiano?  domand poi.
 Ho abitato un anno a Firenze, subito dopo luniversit. Insegnavo il francese e imparavo
litaliano. E voi come siete capitati qua?
Raccontammo una versione incompleta  molto semplificata, diciamo  dei fatti e chiedemmo
loro se fossero marsigliesi. No, venivano da Tolosa, erano l per una settimana, ospiti di unamica.
Si chiamavano Adle  la fumatrice di sigarette altrui  e Lucie. Adle sembrava pi grande,
forse aveva quarantanni ed era la pi bella, anche se laltra aveva qualcosa di torbido  una nota di
sensuale pigrizia nello sguardo  per cui era difficile staccarle gli occhi di dosso.
Erano architette e per anni avevano lavorato a progettare o a ristrutturare case, ma a nessuna
delle due piaceva. Poi, quasi per gioco, avevano cominciato a inventare e a disegnare storie per
bambini piccoli. Avevano avuto successo: i loro libri erano anche tradotti allestero e a un certo punto
si erano rese conto che potevano permettersi di smettere con larchitettura.
Il bello del loro lavoro, disse Adle, erano i lunghi periodi di tempo libero. Realizzavano tre
libri allanno, per ognuno ci volevano circa due mesi di lavoro, dunque i conti erano facili. Ogni anno
avevano pi o meno sei mesi di vacanza per dedicarsi a quello che volevano, cio soprattutto viaggiare.
Lessenziale, spieg come se ci stesse impartendo una lezione (e in realt era proprio cos), era
non lavorare pi di quanto fosse necessario, magari solo mettendo da parte un minimo di riserva per le
emergenze.
 Una frugalit consapevole,  disse mio padre annuendo, e io pensai che dovevo ricordarmela,
questa cosa, e che dovevo scegliere il lavoro della mia vita tenendo bene a mente quelle parole e
quellincontro.
 Avete fame?  disse a un certo punto Adle.
Avevamo parecchia fame, in effetti.
Tirarono fuori dalla borsa dei panini al prosciutto e al formaggio, una bottiglia di vino bianco e
dei cetrioli, e insieme banchettammo allegri, chiacchierando come vecchi amici.
Stavamo bevendo il caff  avevano portato anche quello, in un thermos  quando sul costone a
circa duecento metri da noi, su un sentiero invisibile, comparve come dal nulla una fila di escursionisti.
La scena mi ricord un film che avevo visto un paio di anni prima al cineforum della scuola e
che mi aveva impressionato moltissimo: Picnic ad Hanging Rock.
La storia vera, a quanto pare, di un gruppo di educande australiane che nel 1900, durante una
gita scolastica, si avventurarono su una rupe scoscesa e si smarrirono. In circostanze misteriose ne fu
ritrovata una sola, che per aveva perso la memoria e non fu in grado di raccontare cosa fosse accaduto.
Era un film poetico e inquietante sul fato e sui misteri fondamentali della vita, della giovinezza
e della morte. C un tempo e un luogo giusto perch qualsiasi cosa abbia principio e fine, diceva
Miranda, la protagonista dalla bellezza quasi ultraterrena, cui non riuscii a smettere di pensare per molti
giorni.
Proprio mentre ricordavo quella frase, uno degli escursionisti mise un piede in fallo e precipit
lungo una scarpata di ghiaia. Riusc a fermarsi solo vicinissimo allo strapiombo e a un salto verso il
mare di almeno cinquanta metri.
La scena era irreale e terribile. Luomo cercava di risalire ma la scarpata era troppo ripida e i
suoi compagni sembravano non sapere cosa fare. Le loro voci erano indistinte e ovattate dalla distanza.
Pensai con sgomento che stavo per assistere alla morte di una persona e fui sovrastato
dallenormit della cosa. Tutto intorno la natura era quieta e bellissima, esattamente come qualche
istante prima, esattamente come sarebbe stata dopo.
Lazione di salvataggio fu laboriosa e non era facile distinguerne i dettagli. I compagni
dellescursionista caduto gli lanciarono una corda. Poi, con cautela, per evitare di cadere loro stessi, lo
tirarono lentamente su fino al sentiero. Non si era fatto male, non in modo serio, almeno, perch tutti
insieme si rimisero in marcia e poco dopo scomparvero dietro la falesia.
Adle prese unaltra sigaretta e questa volta anche Lucie ne chiese una. Fumarono tutti e tre in
silenzio, perch nessuno era pronto a parlare. Avevano ancora le sigarette accese quando nella calanque
entr limbarcazione con cui dovevamo fare rientro.
 Eccoli, dobbiamo andare,  disse mio padre alzandosi.
 Perch andate via?  chiese Adle.
  arrivata la nostra barca.
 Rimanete, adesso  lora pi bella.
 Ci piacerebbe, ma non sapremmo come tornare.
 Vi accompagniamo noi. Abbiamo la macchina al villaggio. Vi portiamo direttamente al vostro
albergo, servizio completo.
Stavo per rispondere io e dire subito di s, ma mi trattenni, perch non volevo fare la figura del
ragazzino. Ebbi la netta impressione che anche mio padre fosse stato sul punto di rispondere subito.
Anche lui si trattenne. Si gir verso di me.  Che dici?
 Restiamo, di. Si sta bene, mica abbiamo impegni fino a domattina.
Fu cos che restammo l ancora almeno due ore, a chiacchierare di tutto  Adle fu molto colpita
scoprendo che pap era un matematico , bere caff, fare i bagni e guardare la luce del sole che calava
e cambiava i colori della calanque: dal bianco al giallo ocra al grigio in tutte le sue gradazioni.
A un certo punto Lucie, nel suo italiano molto stentato, mi disse che assomigliavo a un giovane
attore della Comdie-Franaise.
Pronunci un nome che non avevo mai sentito e che dimenticai subito. Prima che trovassi
qualcosa di intelligente da rispondere, Adle intervenne ridendo. Disse che Lucie mi aveva appena fatto
un complimento, perch quellattore era un ragazzo molto bello.
Rientrammo dopo le sei percorrendo il Chemin de Morgiou, una selvaggia strada come di
montagna, passando davanti al carcere di Marsiglia che, ci dissero, ospitava i peggiori criminali di
Francia, e attraversando anonime zone residenziali dallaria inospitale.
 Che fate stasera?  ci chiese Adle quando eravamo ormai molto vicini al nostro albergo.
 Nulla, cercheremo un posto dove andare a cena,  rispose mio padre.
 C una specie di festa a casa della nostra amica Marianne. Perch non venite? Ci sar gente
interessante.
Stavolta mio padre non chiese la mia opinione. Disse subito che s, ci faceva piacere e che
saremmo andati volentieri. Cos, quando ci salutammo davanti al nostro albergo   tout  lheure,
disse pap,  tout  lheure, ripetei io , avevamo un bigliettino con lindirizzo di Marianne e un
accordo per rivederci di l a poche ore.
Per una festa. Io e mio padre. A Marsiglia.
22.
 Hai voglia di andarci?  mi chiese mio padre quando rimanemmo soli.
Avevo una voglia matta di andarci, ma pensai che dovevo darmi un contegno, dunque risposi in
modo un po noncurante.  S, certo. La notte ci passer pi facilmente.
 Allora prima di rientrare in camera cerchiamo un negozio per comprare un paio di bottiglie di
vino, cos non ci presentiamo a mani vuote. Fra poco chiudono, dobbiamo sbrigarci.
Camminammo per qualche isolato senza parlare. Sentivo il sale pizzicarmi la pelle e mi girava
un po la testa per la stanchezza e leccitazione. Mio padre invece sembrava in gran forma, aveva preso
sole e non avresti detto che aveva passato una notte in bianco e che il giorno dopo non si era riposato
nemmeno un po.
 Erano carine, no?  dissi, quando mi resi conto che lui non toccava largomento.
 Carine, s.
 Adle ti piace?
  una donna interessante,  piacevole parlarci. Non capita spesso.
 Quanti anni avranno, secondo te?
 Adle poco pi di quaranta, Lucie trentacinque, direi.
 E che pensi, Adle ci sta provando con te?
Scoppi in una risata. Come se avessi fatto, a sorpresa, una buona battuta.  Sarebbe divertente,
ma sono lesbiche,  rispose, continuando a camminare.
Lesbiche? Non avevo notato nulla e, se lui aveva ragione, io mi ero fatto un film completamente
infondato. Su Lucie in particolare, e su quello che poteva succedere quella sera, alla festa. Mi
innervosii.
 Perch lesbiche?  domandai con la voce che involontariamente saliva di un paio di toni.
 Magari mi sbaglio, ma il modo che avevano di guardarsi, le attenzioni luna per laltra, non
sembravano da semplici amiche. Poi cera una certa sincronia di movimenti, come capita in alcune
coppie che stanno insieme da molto tempo. Per esempio, a un certo punto Adle ha aggiustato una
ciocca di capelli a Lucie; le era caduta sul viso e glielha spostata dietro lorecchio.  stato un gesto
molto intimo. Ma, ripeto, posso sbagliarmi.
Non sapevo che dire. Mi chiesi se in passato avessi incontrato una coppia di donne omosessuali.
Mi risposi di no. Il che poteva significare due cose: o davvero non ne avevo incontrate, o non ero
capace di riconoscerle.
Comera possibile, invece, che mio padre notasse certi dettagli? Mi era sempre apparso
distratto, disinteressato alle persone, concentrato solo sul suo mondo di simboli astratti. Adesso
scoprivo, fra le altre cose, che era capace di cogliere e interpretare particolari come una mano
affettuosa che sistema un ciuffo in disordine.
In quel momento passammo davanti a un emporio di generi alimentari, con una vecchia, grande
vetrina dalla cornice di legno scuro, dove era esposto ogni ben di dio: salumi, formaggi, dolci, salmone,
aringhe, bottiglie di vino, pane, cioccolata, conserve.
Il salumaio indossava un grembiule bianco, sotto il quale portava la camicia con una cravatta
scura impeccabilmente annodata. Era un tipo socievole  una caratteristica dei marsigliesi, a quanto
pareva  e ci consigli di prendere due bottiglie di Chteauneuf-du-Pape. Il vino era prodotto a un
centinaio di chilometri da Marsiglia, e quella specifica cantina era di gran qualit. Spendendo una
somma non eccessiva avremmo fatto uneccellente figura.
 Hai mai letto qualcosa di Scott Fitzgerald?  mi domand pap mentre tornavamo allalbergo.
 Il grande Gatsby. Perch?
 Mentre il salumaio parlava dei dintorni di Marsiglia mi  venuto in mente che uno dei suoi
romanzi  ambientato in questa zona della Francia.
Non dissi niente, perch non avevo capito dove volesse andare a parare. Neanche lui, mi resi
conto qualche istante dopo: aveva lespressione di chi sta cercando il filo perduto di un discorso o di un
pensiero.
 E niente, deve essere la deprivazione del sonno, faccio associazioni bizzarre e subito dopo me
le scordo. Comunque il romanzo  Tenera  la notte. Titolo bellissimo.
 Bellissimo,  vero. La storia si svolge qui?
 In Costa Azzurra, ma nellincipit si parla proprio di Marsiglia. Ora non ricordo bene perch.
 Il grande Gatsby mi era piaciuto molto.
 Fitzgerald  stato un grande scrittore e un uomo infelice. C una sua frase cui ho pensato
tante volte: Nella vera notte buia dellanima sono sempre le tre del mattino1.
Quelle parole e il loro ritmo poetico mi sinfissero nella mente.
Era unintuizione perfetta e al tempo stesso mi sembrava contenesse lopposto del suo
significato apparente, come succede alle migliori metafore, al di l dellintenzione di chi le ha create.
 Fai tu la doccia per primo. Fredda, mi raccomando, cos mentre la faccio io non devo
preoccuparmi che ti addormenti,  disse mio padre.
Rimasi sotto lacqua per almeno cinque minuti e mi ripresentai nella stanza ancora gocciolante,
con lasciugamano attorno ai fianchi. La finestra era aperta, mio padre era sul balcone a fumare; laria
era fresca e dava i brividi sulla pelle bagnata. Per qualche istante sospeso e meravigliosamente assurdo
pensai che avremmo potuto trasferirci l, mio padre e io, a vivere cos come stavamo facendo, senza
regole e senza sosta.
Quando lui and in bagno, io presi la pillola e mi sedetti fuori con il mio libro.
Volevo leggere un poco, ma in breve mi accorsi che avevo qualche problema. Non capivo il
senso delle frasi; a volte inciampavo in singole, normali parole e non riuscivo a capirne il significato,
come se il libro fosse scritto in una lingua straniera. Poi mi parve che il balcone cominciasse a girarmi
attorno, mi venne un principio di nausea e sentii, invadente, il battito del mio cuore, come non mi
succedeva da anni.
Sto per avere un attacco. Devo chiamare pap e farmi portare subito in ospedale. Subito.
Ci provai, ma non riuscivo a parlare e tantomeno a gridare. Non riuscivo a fare niente. Ero l
sulla sedia a sdraio con il libro appoggiato sulle gambe, lasciugamano a coprire i fianchi e non potevo
parlare, non potevo nemmeno muovermi.
Per pensavo, freneticamente. Comera stata la crisi di quattro anni prima? Non me la ricordavo
proprio, avevo perso i sensi e dopo mi ero svegliato. Per quello che ne sapevo non era successo proprio
niente, era stata come un sonnellino improvviso. Forse, in fondo, lepilessia era una cosa quasi innocua.
O forse stavo morendo. Lo pensai cos, senza punto interrogativo: forse sto morendo. Contemplai
lipotesi con molta calma.
 Antonio, tutto bene?
Ci misi qualche secondo per recuperare il contatto con il mondo esterno.  Bene, mi  solo
girata la testa.
 Nulla di pi? Sembravi in trance.
 No, nulla di pi. Cio, s: un giramento di testa un po forte, sar la mancanza di sonno, ma
sto gi meglio. Tu non hai problemi?
 La testa gira anche a me. Prima di andare a cena ci facciamo un caff rinforzato. Hai gi preso
la pillola, vero?
Rimanemmo seduti sul balcone in silenzio a riposare per una mezzora. Vedemmo il cielo che si
riempiva di nuvole prima bianche poi via via pi scure e compatte, e io pensai che avrebbe piovuto e
che eravamo stati fortunati col tempo e tutto quel sole e che per andare alla festa avremmo dovuto
prendere un taxi e che mio padre era davvero un personaggio sorprendente che non mi sarei mai
immaginato e che quando fossimo tornati a casa volevo continuare a parlare con lui perch diceva cose
interessanti e mi sembrava fossimo diventati amici e questo era strano ma bello e comunque era un
peccato che Lucie fosse lesbica perch mi era piaciuta molto e avevo avuto limpressione, assurda, lo
so, di piacerle anche io.
Ecco, mi ero ripreso da quel momento di malessere ma mi era rimasta una certa labilit del
pensiero, le idee e le immagini si rincorrevano, passavano leggere e andavano via prima che riuscissi ad
afferrarle.
Era una sensazione allo stesso tempo piacevole e inquietante, e dur fin quando non fummo di
nuovo in strada e la pillola cominci a fare il suo effetto.
Indossavamo camicie bianche e avevamo il colorito allegro e un po enfatico di chi ha passato
la giornata al mare.
La Canebire ci sembrava un ambiente oramai quasi domestico, anche se era la stessa strada che
ci aveva messo paura appena due sere prima. Adesso ci sentivamo parte del flusso umano che andava
incontro alla notte, mimetizzati.
Mi accorsi, dopo qualche centinaio di metri, che sentivo la gente parlare per strada. Parlavano in
arabo  supponevo che fosse arabo , in francese, in francese e arabo insieme, componendo un
sussurrio collettivo, una cantilena frenetica, a volte cordiale a volte irridente e pericolosa.
Nemmeno per un momento pensai che quella, se andava tutto bene, era la mia ultima notte a
Marsiglia.
Adle ci aveva scritto lindirizzo e anche le istruzioni per arrivarci.
Il Panier non  pericoloso come raccontano,  aveva detto dandoci il foglietto,  ma un po di
attenzione non guasta.
In effetti attraversando il confine  Quai du Port  che separava il porto dalla citt vecchia, dove
ancora non eravamo stati, si percepiva qualcosa di diverso, come una sensazione di essere osservati e,
al tempo stesso, un livello diverso di immedesimazione con la citt e i suoi anfratti meno accessibili.
In alcuni punti cerano cumuli di immondizia; a un angolo trovammo la carcassa di un
ciclomotore cui erano state tolte le ruote e il sedile; ragazzi giovanissimi, quasi bambini, si muovevano
in gruppi, apparendo e scomparendo dai vicoli; lilluminazione era precaria, come se fosse stata appena
ripristinata dopo un lungo periodo di oscurit; dagli androni venivano odori forti di cibo e umanit.
Raggiungemmo monte des Accoules e la scalammo fino a rue du Refuge dove si trovava la
casa di Marianne, in un palazzo degli anni Venti o anche pi vecchio, con le persiane che un tempo
dovevano essere state verdi e lintonaco scrostato in pi punti. Cera qualcosa di provvisorio e
definitivo nella facciata di quelledificio e, a pensarci bene, in tutto il vecchio quartiere. Il portone era
aperto.
Lappartamento era al pian terreno, in fondo a un androne male illuminato. Bussammo usando
un batacchio: il campanello non cera.
Dopo una ventina di secondi la porta si apr e facemmo la conoscenza di Marianne.
1. La citazione  tratta da F. Scott Fitzgerald, Handle with Care [Attenzione, fragile], pubblicato
per la prima volta nel 1936 in Esquire e in seguito nella raccolta The Crack-up [Il crollo], traduzione
dellautore.
23.
 Vous devez tre les italiens. Je suis Marianne,  disse tendendo la mano a mio padre, che
rispose sorridendo, presentandosi a sua volta solo con il nome.
Poi Marianne si gir verso di me e mi guard per qualche secondo, quasi avesse delle difficolt
a classificarmi. Infine tese la mano anche a me.
Portava occhiali con una montatura maschile nera, e spesse lenti da miope che non attenuavano
nemmeno un poco lurto di quello sguardo ironico, di quegli occhi scuri, di quelle sopracciglia lunghe e
pericolose.
 Je suis Antonio, je ne parle pas franais,  balbettai.
 Cest dommage, devi rimediare. E linglese?
Risposi che s, linglese lo sapevo. Pi o meno.
 Devi imparare pure il francese, per. Comunque stasera parliamo italiano, cos mi esercito e
se faccio errori mi correggi.
Mio padre le porse le bottiglie, lei ringrazi, disse che non avremmo dovuto ma che lo
Chteauneuf  sempre ben accetto, e ci invit a entrare, perch non potevamo continuare la
conversazione sulla porta.
 Stasera festeggiamo larrivo di Adle e Lucie da Tolosa. Sono le mie migliori amiche, ma le
conoscete gi. Da quella parte c da mangiare, da quellaltra le bevande. Servitevi e sentitevi liberi
come a casa vostra. Spero che vi piaccia la cucina del Maghreb.
Eravamo entrati direttamente in un grande spazio aperto: pi che il salone di un appartamento
tradizionale sembrava un deposito trasformato. Laria profumava di qualcosa che non conoscevo, una
specie dincenso dolce e le pareti erano color verde acqua; accostato a quella di sinistra cera un tavolo
lungo e stretto con due candelieri alle estremit e il cibo; su quella di destra un cassettone di legno
grezzo con un altro candeliere e le bevande. Sedie, un divano su un tappeto davanti a un televisore,
grandi cuscini per terra, una scaffalatura piena di libri e di oggetti, un impianto stereo appoggiato sul
pavimento, una ventina di persone che si aggiravano chiacchierando.
 Vado a posare il vino, ci rivediamo fra poco,  disse Marianne allontanandosi. Era fin troppo
chiaro, pensai, che non aveva nessun bisogno di esercitarsi a parlare in italiano e tantomeno di essere
corretta.
 Va bene,  disse mio padre.  Guardiamoci attorno e proviamo questo cibo magrebino.
 Tu lhai mai assaggiato?
 S. Se  buono,  buonissimo.
Ci separammo per ispezionare lambiente, ognuno per conto proprio.
In fondo al salone cera una porta finestra che dava su un cortile con piante in grandi vasi e
sedie dove alcuni degli ospiti mangiavano, bevevano e fumavano; va detto che si trattava di un
campionario umano davvero composito e variegato.
Cerano due tizi con la barba, magliette quasi senza maniche e muscoli da facchini  in effetti
sembravano facchini, o scaricatori di porto  che si tenevano per mano e si guardavano teneramente;
una ragazza bionda, magrissima e diafana che per mangiava come un carrettiere; un gruppetto di
ragazzi, sia bianchi sia neri, non troppo pi grandi di me, che se ne stavano nella parte pi lontana del
cortile e tutto  dai gesti allodore  suggeriva che si stessero passando una ragguardevole canna.
Quello che pi di ogni altro attir la mia attenzione fu un signore sulla sessantina, in giacca e
cravatta, che ricordava moltissimo Marty Feldman. Gli assomigliava cos tanto che a un certo punto
pensai che in quella situazione poteva succedere di tutto, dunque non ci sarebbe stato nulla di strano se
fosse stato proprio lui. Avevo quasi deciso di presentarmi per chiedergli un autografo, fargli i
complimenti e dirgli che Frankenstein Junior era il film che mi aveva fatto ridere di pi in tutta la mia
vita, quando mi ricordai che Marty Feldman era morto lanno prima; lavevo sentito al telegiornale.
Sul cortile si affacciava anche la cucina, che aveva le pareti dipinte di giallo ocra come in un
quadro di Van Gogh. Una donna nera, piccola di statura, dallespressione risoluta, se non decisamente
scorbutica, lavorava ai fornelli.
Rientrai e mi accorsi che sopra la porta di ingresso cera una scritta: mi avvicinai per leggerla.
Era stata dipinta sul muro in una bella scrittura corsiva con una sfumatura infantile; mi piaceva leffetto
della grafia nera sul verde acqua. Diceva cos: Le merveilleux nous enveloppe et nous abreuve comme
latmosphre; mais nous ne le voyons pas1.
 Ciao Antonio, siete venuti. Sono contenta . Adle si era materializzata alle mie spalle. Mi
abbracci e baci come fossimo vecchi amici che non si vedono da tempo. Profumava di shampoo e di
crema per il corpo, e pareva su di giri, concitata come se avesse gi bevuto qualche bicchiere e magari
avesse fumato qualcosa. Tutto, a pensarci bene, sembrava un po concitato. Arriv anche Lucie, anche
lei mi abbracci e mi baci e, nonostante quello che mi aveva detto mio padre, al contatto con la sua
pelle sentii qualcosa che mi si capovolgeva dentro. Per qualche istante ebbi il senso vertiginoso e
preciso dellimprobabilit della situazione in cui ci trovavamo, come unebbrezza o un sogno.
 Capisci la scritta?  mi chiese Adle.
 Pi o meno. Non tutte le parole. Vuol dire che siamo circondati dalla meraviglia e non ce ne
accorgiamo?
 Ottimo. Allora non  vero che non sai il francese. Vai a prendere da mangiare, avrai fame, ci
sono cose buonissime,  e si dilegu insieme a Lucie.
Feci come aveva detto: presi un piatto, lo riempii di tutto quello che mi veniva a tiro 
couscous, insalata, frittelle , mi servii un bicchiere di vino e raggiunsi mio padre che si era seduto a
mangiare sul divano.
  una situazione inusuale, no?  disse con un lampo di allegria un po stravolta negli occhi.
 Non c nulla di usuale, da due giorni,  risposi riempiendomi la bocca di couscous con il
pollo.
 Hai ragione. Avremo un po di cose da raccontare.
Questa frase mi diede una fulminea tristezza. Immaginare che avremmo raccontato quello che ci
stava succedendo implicava che tutto fosse finito, invece io non volevo che finisse, volevo restare
sospeso nel punto in cui ero, sulla linea di confine. Nel punto esatto fra prima e dopo.
Un gattone tigrato comparve allimprovviso e si accoccol fra di noi senza nessuna timidezza,
come fossimo ospiti abituali della casa e sapesse di non avere nulla da temere. Dopo qualche secondo
prese anche a fare le fusa; pareva un motore diesel a basso regime.
  lo Stregatto,  dissi.
 Lo Stregatto?
 Il gatto di Alice nel Paese delle Meraviglie.
 Non ricordavo che si chiamasse cos.
  il nome che gli hanno dato nel film a cartoni animati di Walt Disney.
 Ah, ora capisco. Ciao Stregatto,  disse lui con il tono serio dei matti. Gli diede un colpetto
amichevole sulla testa, che il gatto mostr di gradire socchiudendo gli occhi, poi vuot il suo bicchiere
e si accese una sigaretta.
Rimanemmo tutti e tre sul divano, non so per quanto tempo.
Ogni tanto mi alzavo e andavo a prendere del vino per entrambi; ogni tanto si alzava lui e
faceva lo stesso. Senza esagerare ma con una certa regolarit, per cos dire.
Tutto era dolcemente allucinato. Le persone che ci giravano attorno, quelle che venivano a
sedersi sul divano  che era molto grande  per poi rialzarsi, quelle che stavano fuori o si affacciavano
da altre stanze della casa parevano ombre cordiali, entit amichevoli ma prive di consistenza corporea.
Pap e io parlavamo, per avevo la netta impressione che tutti e due faticassimo a tenere il filo
della conversazione. A un certo punto vidi Adle e Lucie, fra le ombre, che si scambiavano un rapido
bacio sulle labbra.
 Avevi ragione,  dissi. Ma lui non aveva visto la scena e non cap a cosa mi riferissi, n io lo
spiegai.
Si mise a piovere e gli ospiti rientrarono dal cortile, ma il salone era grande e cera spazio per
tutti. Cercavo di mettere in fila dei pensieri coerenti e non ci riuscivo. Di tanto in tanto avevo un
capogiro e per qualche istante tutto ruotava rapidamente intorno a me come il piatto di una roulette. Poi
le cose rallentavano e si fermavano, e a me sembrava di essere giunto a un nuovo livello di
consapevolezza, o di inconsapevolezza.
Senza rendermene conto mi ritrovai a contemplare uno dei candelieri: la cera si struggeva,
colava e formava delle stalattiti. Alcune erano lunghe una trentina di centimetri e arrivavano fino al
tavolo. Cera un mistero nascosto in quelle forme, mi dissi, ma non riuscivo ad afferrarlo. Tutto era
diventato difficile da afferrare. In realt era diventato difficile tenere gli occhi aperti, e i dolci
arrivarono provvidenzialmente quando ero sul punto di addormentarmi. Cerano torroni, ciambelline
con le mandorle, una torta di pasta sfoglia sottilissima, un dolce morbido tagliato a quadratini che
assomigliava alla cotognata della mia infanzia.
Stavo mangiando un torrone di mandorle e sesamo quando Marianne comparve davanti a noi e
si sedette sul tappeto, appoggiandosi con una mano alle mie gambe. Fu un gesto molto casuale, molto
naturale, eppure  nella mia percezione ormai confusa e alterata di quello che accadeva  anche molto
deliberato.
 Mi hanno raccontato le mie amiche che tu sei un matematico,  disse a mio padre.
Lui annu sorridendo. Forse stava per dire qualcosa, ma il suo ritmo era rallentato, non fece a
tempo e lei si rivolse a me.  E tu, Antonio, cosa studi?
Risposi che lanno seguente avrei finito il liceo e lei si mostr stupita. Pensava facessi
luniversit, sembravo pi grande. La cosa mi colp, perch ero sempre stato convinto di sembrare pi
piccolo. In quel momento si avvicinarono due donne e due uomini che stavano andando via e volevano
salutarla. Quando si alz per baciarli mi accorsi che sulla parte interna dellavambraccio aveva un
tatuaggio, una specie di animale mitologico con le ali, credo di aquila, e la testa di leone.
Oggi avere un tatuaggio  una cosa normale, quasi banale. Allora non lo era. Allora i tatuaggi li
avevano solo poche categorie di persone: gli artisti, i pazzi, gli hippy, certi motociclisti e quelli che
erano stati in carcere.
Chiss cosa faceva Marianne, nella vita. Non sembrava rientrare in una di quelle categorie.
Forse era unartista, ma dovevo chiederglielo, adesso che tornava a sedersi con noi, dopo aver salutato
gli amici che se ne andavano. Chiss dovera finito Marty Feldman? Non lo vedevo pi. Era andato via
senza salutare?
Elaboravo nella mia testa una frase dopo laltra, conferendo loro una forma compiuta ed
elementare, come se stessi parlando con un interlocutore poco intelligente. Lo facevo per dare un
minimo di coerenza e di consistenza ai miei pensieri che ormai sfuggivano da tutte le parti.
 Antonio?  La voce di mio padre era lenta e lontana.  Tutto bene?
 Devo andare a sciacquarmi la faccia,  dissi compiendo uno sforzo enorme, prima per parlare,
poi per alzarmi.
Le pareti del bagno erano dipinte di celeste. Mi piaceva questa cosa di scegliere un colore
diverso per ogni stanza, pensai che quando avessi avuto una casa mia avrei fatto lo stesso. Mi buttai sul
viso molta acqua, ma non bastava, e allora misi la testa sotto la doccia.
Mentre mi sistemavo i capelli bagnati, non so perch, mi venne di aprire larmadietto dei
medicinali. Cerano le solite cose: aspirina, collutorio, boccette e barattolini di farmaci imprecisati,
acqua ossigenata, un paio di pomate, e una scatola di profilattici.
Quella vista mi turb e mi imbarazz, e mi svegli molto di pi dellacqua fredda. Chiusi
larmadietto, uscii dal bagno e tornai nel salone.
 Tutto a posto?  mi chiese pap.
 Tutto a posto, certo.
 Hai i capelli bagnati.
 Sto bene.
 Gli altri se ne stanno andando, che si fa?
 Sta piovendo, magari aspettiamo che smetta?
Marianne torn a sedersi davanti a noi. Aveva un bicchiere e una sigaretta.
 Il momento che preferisco delle feste a casa mia  quando se ne vanno quasi tutti e si pu
chiacchierare un poco in pace.
 Perch parli cos bene litaliano?  le chiesi.
 Ho vissuto a lungo a Palermo e a Reggio Calabria.
 Come mai Palermo e Reggio?  chiese mio padre.
 Sono antropologa. Studio le somiglianze fra culture tribali primitive e comunit criminali. Fra
queste ultime, naturalmente, ci sono le associazioni mafiose del Sud Italia: Cosa Nostra siciliana e la
Ndrangheta calabrese.
Mio padre disse che era molto interessante e, se non fosse stato cos stanco, sono sicuro che
avrebbe chiesto altre informazioni. Ma si vedeva che ormai faticava a tenere gli occhi aperti e i pensieri
connessi.
 Non vi ho domandato perch siete a Marsiglia,  fece lei con tono leggero. Mio padre stava
cominciando a rispondere e, immagino, a raccontare della nostra vacanza in Provenza o unaltra storia
simile.
Lo precedetti e le raccontai il vero motivo per cui eravamo a Marsiglia, per cui eravamo l
quella notte. In breve, ma senza omettere nulla. Non so esattamente perch lo feci, mi venne distinto, e
dopo pensai che era stata la scelta giusta. Mi sentivo bene, vigile e nitido. Mi sentivo un uomo.
Pap non mostr alcun segno di stupore per quello che avevo detto; mi parve anzi di percepire
un senso di sollievo, un allentamento della tensione nella sua fisionomia.
 Cio questa  la seconda notte di seguito che non dormite?
 S.
 E se stasera non foste venuti qui, cosa avreste fatto?
 Avremmo girato per la citt, come ieri,  risposi.
 Con questa pioggia sarebbe stato un bel problema,  intervenne mio padre.  Grazie davvero
per lospitalit. Adesso per  meglio se andiamo . Parlava al rallentatore.
 Ve ne andate, e che fate se non potete dormire? A parte che piove ancora. Rimanete qui.
Preparo un caff, vi riposate e quando viene giorno tornate in albergo.
Mio padre prov a replicare qualcosa, ma lei gli disse di stare zitto e di non muoversi da quel
divano. Lo disse proprio nel modo giusto, scherzando ma anche seria.
 Vado a salutare un po di gente, poi torno qui da voi.
1. La scritta dipinta  tratta da C. Baudelaire, De lhrosme de la vie moderne, in Salon de 1846
[Delleroismo della vita moderna, in Salon del 1846, pubblicato in Scritti sullarte, trad. it. di G.
Guglielmi e E. Raimondi, Einaudi, Torino 2004].
24.
Non posso escludere di essermi addormentato per qualche minuto.
Il mio ricordo successivo  di me e Marianne seduti sul tappeto, vicini al divano. Mio padre
per non c e sembra che gli ospiti siano andati via tutti. La scena, adesso, ha la consistenza dei sogni.
 Cosa rappresenta?  le chiedo, riferendomi al suo tatuaggio.
  il contrario del grifone,  risponde lei.
 Come il contrario?
 Il grifone ha il corpo di leone e la testa di aquila. Questo invece ha il corpo di aquila e la testa
di leone.
 E perch lo hai voluto cos?
 Non lo so. Spesso faccio delle cose per il gusto di sentirmi originale.  un atteggiamento
infantile, ma non riesco a liberarmene.
 Il disegno  bello.
 Lo ha fatto uno che abita qui vicino.  stato dieci anni in carcere:  l che ha imparato a
tatuare.
 Non hai paura a vivere da sola in un quartiere come questo?
 Per me  il posto pi sicuro di Marsiglia, sono tutti amici miei. Posso rientrare da sola, a
qualsiasi ora, senza nessun problema.
Mi guardo attorno.
 Siamo rimasti solo noi?
 S.
In quel momento ritorna mio padre. Deve essere andato in bagno e, non so per quale motivo, mi
auguro che non abbia guardato nellarmadietto dei medicinali. Si siede di nuovo sul divano, dovera
prima. Lo Stregatto non c pi, chiss dov finito. Da una porta che non avevo notato sbucano Adle
e Lucie. Entrambe indossano lunghe magliette sulle gambe nude; sono pronte per andare a dormire. Ci
salutano, ci baciano, sembra che diano per scontato che ci tratterremo l  forse Marianne gli ha
raccontato tutto  poi scompaiono di nuovo dietro la stessa porta.
 Facciamo il caff,  mi dice Marianne. Ci alziamo, e mio padre accenna a seguirci.  Rimani
sul divano,  gli dice lei.  Riposati, magari dormi un poco.
 Non posso,  dice pap, e adesso appare davvero esausto.
 Puoi, non preoccuparti. Sto attenta io ad Antonio.
 Che ore sono?
 Quasi le tre.
Pap ci pensa qualche secondo e decide che pu fidarsi. Cos resta dov, anzi si mette pi
comodo, mentre noi ci spostiamo in cucina.
 Ho la moka, comprata in Italia. O preferisci un caff francese?  mi dice Marianne.
 Preferisco quello italiano, grazie.
 Certo, domanda stupida. Non dovevo nemmeno chiedere.
Lo prepara e lo beviamo insieme, seduti al tavolo.
 Mi dispiace che resti sveglia,  dico.
 Domani non ho impegni, quando andate via dormo.
 Non capisco perch ti preoccupi per me.
Lei ci pensa un po su.
 Forse per lo stesso motivo del tatuaggio, cio nessun motivo. O forse perch la tua situazione
 balikwas e mi piace lidea di farne parte.
 Che hai detto?
 Balikwas.  una parola tagalog, la principale lingua delle Filippine.  difficile da tradurre.
Significa qualcosa come: saltare allimprovviso in unaltra situazione e sentirsi sorpreso, cambiare il
proprio punto di vista, vedere cose che credevamo di conoscere in un modo diverso.
 Fino a due giorni fa io non conoscevo mio padre,  mormoro senza pensarci su.
 Questo  balikwas.
Poi mi racconta altre cose e io non riesco a seguire parola per parola, ma mi sforzo, e mi sembra
di cogliere lessenziale. Dice che  stata sposata, che ha pi del doppio dei miei anni  trentasette, per
la precisione  e poi, ma il nesso mi sfugge, che lei, io, tutti, siamo entit frammentate: una sequenza di
emozioni, inclinazioni, tratti, desideri che ci tirano in direzioni diverse, in modo contraddittorio, e che
bisogna dilapidare la gioia, quando ci sorprende, perch  lunico modo per non sprecarla.
La ripete, questa frase, evidentemente  importante, e infatti mi resta impressa:  Bisogna
dilapidare la gioia,  lunico modo per non sprecarla. Tanto dopo sparisce lo stesso.
Mentre siamo l, al tavolo della cucina, sullo stesso lato, vicini, provo questa sensazione
stranissima di non capire niente e di capire ogni cosa, nello stesso momento. Che poi, mi sembra, 
proprio il senso di quello che sta dicendo lei. Penso che ha un viso molto bello. Mi piacciono le sue
guance un po da ragazzina. E mi piace il suo labbro superiore, sarebbe bello poterlo disegnare. Ha
qualche gocciolina di sudore, su quel labbro, e siccome non lo posso disegnare, decido di baciarlo e lo
faccio e penso che adesso lei mi spinger via, mi chiamer ragazzino, mi chieder cosa mi sono messo
in testa e ci caccer di casa, me e mio padre ignaro dellaccaduto.
Mi appare una sequenza ineluttabile cui non posso ribellarmi in nessun modo, e mi dispiace che
mio padre debba subire questa mortificazione per colpa mia.
Ma lei non mi spinge via e la sua bocca  dolce di alcol e di caff e aspra di sigaretta. Ci
baciamo rimanendo seduti, un po storti. Lunico rumore  quello della pioggia che continua a cadere,
anche se meno di prima.
Si alza, mi prende per mano e mi guida fino alla sua camera da letto. Le pareti sono color
crema, il letto ha lo stesso colore e c un profumo fresco di lenzuola appena lavate.
 Non ho mai fatto lamore,  dico. Bisogna essere corretti, in queste situazioni, penso, ma lei
nemmeno mi risponde e mi fa sedere sul letto. Forse si appoggia un dito sulla bocca per dire che devo
fare silenzio. O forse me lo sono solo immaginato, il gesto, ma il senso  quello: devo stare zitto, non
devo dire cose inutili o stupide.  giusto, bisognerebbe sempre evitare di dire cose inutili. O stupide.
A un certo punto sono disteso. Lei si allontana e ritorna e ha qualcosa in mano, ed  proprio
quello che ho visto prima nellarmadietto dei medicinali. Le sussurro che non so come si mette e lei
dice  questa volta lo dice proprio, come chi sta dando un ordine  che devo stare zitto.
Cos me lo mette lei, piano piano, con delicatezza e precisione e io penso che non ho mai visto
un gesto cos preciso e delicato, e gentile. Gentile  la parola giusta.
Tu sei molto gentile, Marianne, vorrei dirle. Ma non ci riesco, per lenormit di quello che sta
succedendo. Balikwas. Devo ricordarmelo. Saltare allimprovviso in unaltra situazione.
Saltare.
Allimprovviso.
Poi lei si toglie gli occhiali e diventa pi giovane e pi fragile.
Sale su di me e quando abbiamo trovato il modo di stare uno nellaltra, mi prende le mani, se le
mette sui fianchi e minsegna.
 Piano, piano,  bisbiglia. Ora il suo accento francese si sente di pi e il suo respiro diventa
affannoso; pare accordarsi al ritmo dellacqua su una grondaia, fuori. Mi guarda e io la guardo mentre
si muove finch socchiude gli occhi e si lascia sfuggire un gemito, poi un altro pi forte, come se ora
mi stesse dando il permesso.
Ed  a quel punto che ci ritroviamo insieme su un pendio ripido dove tutto il mondo rotola,
precipita, si capovolge ed esplode in una girandola di colori sgargianti.
25.
Quando tornammo nel salone, Stregatto occupava il divano da solo.
Mio padre era fuori. Fumava dandoci le spalle, guardando un punto imprecisato oltre la
recinzione del cortile. Non pioveva pi e ogni cosa  tavolo, sedie, piante, pavimento  era coperta di
gocce nella semioscurit. Il termine della notte si percepiva come un presagio. Dopo, come ogni
mattina, nulla sarebbe stato pi lo stesso.
Se pap si accorse della nostra presenza, non lo diede a vedere. Si volt piano  come il
personaggio di certi film, o di un sogno  quando gli toccai la spalla. Dun tratto non sapevo pi come
chiamarlo.
 Si era parlato di un caff,  disse, accennando un sorriso. Faceva finta di niente, ma non aveva
laria di chi fa finta di niente. Aveva i capelli umidi e riordinati alla meglio; il viso sembrava riposato.
 Vado subito. Voi due aspettatemi qua,  rispose Marianne, sorridendo anche lei, con una
consapevolezza che mi diede i brividi. Per qualche istante ebbi lassurda sensazione che fossero stati
daccordo fin dallinizio. Da prima della nostra partenza per Marsiglia. Da prima.
Pap bevve il suo caff stando in piedi nel cortile e anche noi  Marianne e io  stavamo l in
piedi, senza dire una parola, come fossimo parti di una cerimonia, di un preciso rituale degli addii.
Poi Marianne ci accompagn alla porta. Avrei voluto chiederle il numero di telefono, dirle che
volevo  dovevo  rivederla, ma non trovai n le parole n il modo n il coraggio.
Abbracci pap, stringendolo e accostando le guance alle sue.
Poi si rivolse a me e, trascorso un attimo di esitazione, mi accarezz il viso e mi diede un bacio
sulle labbra, rapido e leggero, come il tocco di una farfalla. Come una cosa che, dopo, non lo sai se 
accaduta davvero o te la sei soltanto immaginata.
Le strade del Panier erano deserte e lucide di pioggia; sembravano contenere tutte le promesse
del futuro. Arrivammo al Vieux Port proprio mentre la luce del giorno accendeva enormi nuvole
bianche.
La via del ritorno fu lunga, molto pi dellandata e quando arrivammo in albergo, ormai
trascinando i piedi, il portiere ci lanci uno sguardo perplesso.
Preparammo i bagagli muovendoci al rallentatore per la stanchezza, che ormai aveva rotto gli
argini. Ogni gesto  spostare un oggetto, alzarsi, piegarsi per raccogliere una carta da terra  era uno
sforzo infinito. Come muoversi nella nebbia indossando abiti pesanti e fradici. Stavamo in silenzio,
perch adesso anche parlare costava troppa fatica.
Avevo su di me, tenue, il profumo di Marianne, e volevo tenerlo fino allultimo. Cos quando fu
il momento di fare lultima doccia in quellalbergo, chiesi a mio padre di andare prima lui. Parve sul
punto di replicare  cera il rischio che mi addormentassi e cos via  ma dovette rendersi conto che
non era pi necessario. Il nostro viaggio attraverso quelle due notti era terminato.
Il taxi ci deposit davanti allingresso principale del Centre Saint-Paul con qualche minuto di
anticipo sullora dellappuntamento. Pap tir fuori il pacchetto delle sigarette, lo esamin e lo rimise
in tasca.
Aveva la faccia di uno che sta per dire addio a qualcosa.
 Antonio
 Pap
 Grazie. Era da molto che non mi sentivo cos sveglio. A volte la parola pi ovvia  anche la
pi esatta. Mi  venuta voglia di fare cose, quando torniamo. Sono anni che penso di essere troppo
vecchio.  un pensiero stupido, ma lho capito solo in questi due giorni.
Ci sono occasioni in cui occorre parlare e non bisogna dare nulla per scontato. Poi ci sono
occasioni in cui, invece, devi rimanere in silenzio perch nellaria c qualcosa dimpalpabile e
prezioso, e le tue parole potrebbero disperderlo in un istante.
Sono due concetti semplici. La parte difficile  decidere quando applicare una regola e quando
laltra.
Quella volta non cera da dire nulla. Dovevo lasciar parlare lui, e lo capii senza sforzo. Due
notti senza sonno indeboliscono, rallentano i riflessi, offuscano la vista, ma ti regalano un senso molto
sottile e preciso per lessenziale.
 E tu starai bene, questa  la cosa pi importante,  disse infine.
Poi mi diede un buffetto  quasi una carezza  sulla guancia, e si avvi verso lingresso dellospedale.
...
.
...
26.
...
.
...
Ero guarito, disse il professore.
Poi ripet testualmente la frase di due giorni prima, che parevano dieci anni prima, che
parevano una vita intera, prima: potevo dimenticarmi gli ospedali, gli elettroencefalogrammi, i
barbiturici e soprattutto i neurologi. Non so se lo fece apposta, per mostrare che ricordava bene le sue
parole, oppure se quella era la formula che recitava, sempre uguale, al momento di annunciare una guarigione.
Come in un ottovolante della coscienza, provai due emozioni opposte una di seguito allaltra.
Allinizio fui colto dalleuforia.
Tornavo a essere un ragazzo normale, senza nessuna menomazione segreta e inconfessabile,
senza nessuna ipoteca sul futuro, senza nessun precetto riguardo a ci che potevo e non potevo fare.
Senza la necessit di ripetere a me stesso che era tutto a posto, mentre lo sapevo benissimo che non era
tutto a posto, finch avevo bisogno delle medicine.
Poi leuforia svan e lasci il posto allo sgomento.
La pillola, il suo rituale e quello che cera intorno erano stati, in quegli anni, alibi perfetti per
evitare ogni responsabilit e sentirmi anche in credito con la vita. Adesso, di punto in bianco, gli alibi
non cerano pi: erano stati cancellati da un cenno e da poche frasi pronunciate con laccento francese.
Dun tratto mi ritrovavo in mare aperto, e non ero pronto.
Ma qualcuno lo  mai?
Dopo dormimmo.
Dormimmo nel taxi che ci portava in aeroporto; dormimmo davanti al gate dimbarco, sbrigate le formalit e superati i controlli; dormimmo profondamente in aereo, per lintera durata del volo fino a qualche minuto prima dellatterraggio.
Pap mi riaccompagn a casa in taxi. Eravamo di nuovo svegli e abbastanza riposati, ma fra noi
era calato un silenzio impacciato. Dopo tanta, improvvisa intimit eravamo di nuovo nei luoghi
consueti, dove labitudine, insidiosa, gi cercava di riprendere il sopravvento.
Disse al tassista di aspettarlo e scese con me dalla macchina, che si era fermata a qualche metro
dal portone. Io presi la mia valigia dal portabagagli e rimasi l, come indeciso. Ma sapevo benissimo cosa fare.
Poggiai la valigia a terra e abbracciai mio padre; la volta precedente ero un bambino di nove anni. Dava un leggero sentore di acqua di colonia e sigaretta. Lodore di un uomo del passato. Prima di entrare nellandrone mi voltai, per guardare. Lui alz il braccio; stranamente non fumava.
Lho visto altre volte, dopo,  chiaro. Per quando lo ricordo senza pensare a una situazione
precisa, o quando a volte lo sogno, pap  l, vicino a quel taxi, un po spaesato, che mi saluta con la mano.
Restiamo cos qualche secondo  o qualche ora  prima che io mi svegli.
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Epilogo.
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Pap termin la lezione, usc dallaula e disse al bidello che non si sentiva bene e che forse cera bisogno di un medico. Quello lo fece sedere, gli allent la cravatta e, preoccupato, corse a cercare aiuto. Quando torn, per annunciare larrivo di unambulanza, era gi tutto finito.
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Era aprile, dieci mesi dopo. Fu mia madre a consegnarmi la lettera, assieme ad altre cose trovate nella scrivania di pap.
Aveva gli occhi lucidi e sembrava smarrita come non lavevo mai vista. La grafia era nitida e leggibile, piena di punte aguzze, ma anche di curve dolci e improvvise. Bella, chiara e diritta, nonostante il foglio fosse bianco, senza righe. Una sola pagina, lieve e quasi allegra. Non era piegata e non cera una busta: non era stata scritta per essere spedita.
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Era felice, diceva pap, delloccasione imprevista e imprevedibile che avevamo avuto a Marsiglia; delle cose che ci eravamo detti e di quelle che erano rimaste in sospeso, perch erano un motivo per parlare ancora. E lui mi avrebbe raccontato, senza fretta, trovando loccasione giusta. Era quello che avevo pensato anchio, nei giorni e nei mesi successivi al nostro viaggio. Avremmo parlato ancora, avevamo tempo.
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La lettera finiva con una frase di John von Neumann, un grande matematico: Se la gente crede che la matematica non sia semplice,  soltanto perch non si rende conto di quanto complicata sia la vita.
Lho copiata sul muro del mio studio alluniversit. Forse  tutto quello che c da sapere.
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FINE.